Da un meteorite indizi che su Marte c’era vita

ROMA. – La scoperta di strane strutture in un meteorite marziano caduto in Antartide riaccende le tante ipotesi sulla possibilità che Marte abbia potuto ospitare forme di vita. Da decenni si rincorrono teorie, più o meno accreditate, relative alla vita sul pianeta rosso e il ritmo sta accelerando negli ultimi mesi, grazie alle scoperte di Curiosity, il robot laboratorio che sta esplorando il suolo marziano dall’agosto 2011. Gli indizi più recenti sulla vita marziana arrivano dal meteorite Yamato 000593 (Y000593), caduto in Antartide 50.000 anni fa. Li descrive sulla rivista Astrobiology il gruppo di ricerca coordinato da Lauren White, del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e del quale fanno parte Everett Gibson e Kathie Thomas-Keprta, dello Johnson Space Center della Nasa. Questi ultimi due sono stati, con David McKay, gli autori dell’articolo che nel 1996 ha fatto di Allan Hills 84001 (ALH84001) il più celebre dei meteoriti marziani che aveva suscitato un grande dibattito sulla presenza o meno di ‘prove’ della vita su Marte. Nel 2007 lo stesso meteorite è stato nuovamente analizzato da un gruppo della Carnegie University che, sulla base dei nuovi dati, ha concluso che i mattoni della vita, ossia i composti organici a base di carbonio e idrogeno, si sono formati su Marte molto precocemente. Nel 2009 una ricerca italiana pubblicata sull’International Journal of Astrobiology aveva ipotizzato che le piccole sfere scoperte da tempo nella zona del pianeta chiamata Meridiani Planum fossero resti di antiche forme di vita. Parallelamente a quelli forniti dall’analisi dei meteoriti, altri indizi di una probabile vita passata su Marte sono arrivate dalle missioni spaziali sul pianeta rosso, in particolare da Curiosity. Sono del dicembre scorso, per esempio, i dati che indicano che uno dei luoghi più promettenti per la ‘caccia’ alla vita marziana, il cratere Gale, era un lago in grado di ospitare microrganismi che ottenevano dai minerali l’energia necessaria per vivere. Sempre Curiosity nel 2012 aveva fornito la prova che in un lontano passato su Marte scorrevano fiumi e che c’era probabilmente una ambiente in grado di ospitare la vita. A far sussultare gli astrobiologi erano stati, nel 2005, i dati inviati a Terra dallo strumento italiano Pfs (Planetary Fourier Spectrometer) a bordo della sonda europea Mars Express. Segnalavano la presenza di formaldeide, un prodotto dell’ossidazione del metano dalla vita media di 7,5 giorni.

Condividi: