La giornata politica: Il presidente del Consiglio non può accettare ultimatum

Pubblicato il 07 aprile 2014 da redazione

ROMA. – Matteo Renzi non poteva che respingere con rudezza l’invito perentorio di Renato Brunetta a far votare dal Senato entro Pasqua la riforma elettorale. Come ha spiegato lui stesso, un presidente del Consiglio non può accettare ultimatum, men che meno da un capogruppo dell’opposizione.  Dunque se l’esito dell’affondo del presidente dei deputati berlusconiani era scontato, bisogna chiedersi che cosa si cela dietro il fuoco di sbarramento di buona parte di Forza Italia contro il premier. Problemi interni che sarebbe meglio i fedelissimi del Cavaliere si sbrigassero da soli? E’ la tesi del Rottamatore. Ma è una tesi che in realtà non spiega tutto. Come osserva infatti Angelino Alfano, l’attuale maggioranza è in grado con ogni probabilità di votarsi anche da sola le riforme: certamente alla Camera, dove il Pd ha la maggioranza assoluta, ma anche al Senato dove una defezione degli azzurri ammorbidirebbe la minoranza interna democratica (che non digerisce soprattutto il patto del Nazareno) e aprirebbe forse la strada all’apporto di altri gruppi (i grillini dissidenti, Sel, la stessa Lega che si dimostra possibilista). Si torna così all’interrogativo di partenza: quale interesse può avere Silvio Berlusconi ad un replay di quanto visto con il governo Letta? Con l’aggravante stavolta di stracciare, come all’epoca della bicamerale dalemiana, un patto sottoscritto personalmente e a quanto sembra gradito alla gran parte dell’ elettorato moderato? La risposta non si può esaurire con il fatto che il partito è orfano della sua ala centrista e dunque in mano agli oltranzisti. Dipingere Denis Verdini, l’uomo che tiene i rapporti diplomatici con Renzi, come una colomba in competizione con i falchi (Brunetta e Romani), sembra un po’ un azzardo. In fondo sulle posizioni di Verdini ci sono uomini di peso come Giovanni Toti e Gianni Letta. E’ più facile ipotizzare l’esistenza di una strategia a tenaglia, tesa a costringere il premier ad un nuovo incontro con il Cavaliere (giudicato ”necessario” da Toti) alla vigilia della tanto temuta sentenza della magistratura che affiderà il leader carismatico ai servizi sociali o alla detenzione domiciliare. Berlusconi ne ha una necessità simbolica e vitale: si tratterebbe di una sorta di legittimazione indiretta prima di un periodo presumibilmente oscuro di forzato silenzio politico. La necessità è tanto maggiore nel momento in cui i colonnelli sono in lite tra di loro, preoccupati dei risultati delle europee, del sorpasso di Beppe Grillo, e di come gestire un’ eredità così grande da aver impedito finora allo stesso interessato di individuare il suo successore. Perciò dire, come fa il ministro Maria Elena Boschi, che Brunetta parla a titolo personale è solo un modo di minimizzare per camuffare il problema. Con ogni evidenza il patto del Nazareno può avere un futuro solo se Renzi trova il modo di coniugare un buon rapporto con Berlusconi e con l’ala sinistra del Pd (che gli crea problemi non inferiori a quelli che agitano le varie anime di Forza Italia). In questo scenario pesa anche la cruciale questione delle nomine negli enti pubblici: un terreno sul quale il premier non potrà ignorare né le richieste degli alleati di governo né di quelli sulle riforme (se il patto regge). E’ naturale che Berlusconi abbia tutto l’interesse a restare agganciato ad un treno che terrebbe in gioco il suo movimento anche in caso di un insuccesso alle europee, ma solo fino ad un certo punto: Fi può appoggiare il governo sulle riforme istituzionali e su quelle economiche (con il taglio delle tasse), ma non fare il ”donatore di sangue” senza contropartite politiche. Trovare un punto di mediazione sembra nell’interesse di entrambi i giocatori: in fondo Renzi ha iniziato il suo mandato di segretario proprio con una mossa, l’incontro con il Cav, che ha archiviato il vecchio antiberlusconismo e spiazzato i suoi avversari sul terreno del fare. Quello decisivo per il governo. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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