Made in: Italia batte Germania, l’Europarlamento dice sì

STRASBURGO. – L’Italia fa sistema e batte la Germania in Parlamento europeo nella battaglia politica sul “made in”, che non piace ai giganti della grande distribuzione. E che permetterebbe di combattere più efficacemente la contraffazione. L’indicazione obbligatoria sull’origine dei prodotti di consumo non alimentari, per la quale l’Italia si batte da anni, passa con una maggioranza di due terzi nella plenaria di Strasburgo. E’ nettamente bocciato (205 sì, 419 no, 25 astenuti) l’emendamento – presentato da 63 deputati liberali, popolari e verdi per lo più tedeschi – che intendeva cancellarla dal testo della proposta Tajani-Borg sulla direttiva per la “sicurezza dei consumatori”. Eppure a favore dell’emendamento “ammazza-made in” era sceso in campo persino il vicepremier tedesco, il socialdemocratico Signar Gabriel, con chiamate ai suoi deputati per assicurarsi il sostegno. Un atteggiamento denunciato in aula dalla connazionale, compagna di partito e coordinatrice S&D sul provvedimento, Evelyne Gebhardt. Per vincere la guerra, la strada dell’Italia è però ancora lunga. L’ok del Parlamento di è infatti solo in prima lettura. Vista la fine della legislatura, significa consolidare una posizione politica in vista della ripresa del negoziato con il Consiglio da parte dell’Eurocamera che uscirà della elezioni del 25 maggio. Con Confindustria che parla del “made in” come di “un passo fondamentale se si vuole puntare alla crescita e al rilancio del manifatturiero, in Italia come in Europa”, l’Italia ha però la chance del semestre di presidenza di turno. Ed il sottosegretario agli affari europei, Sandro Gozi, promette che “proseguiremo questo importante negoziato” nel Consiglio Ue. Nell’istituzione che rappresenta i governi appare finora granitica l’opposizione dei paesi nordici, guidata dai tedeschi che al loro fianco in prima linea hanno la Svezia, ma anche il sostegno di paesi come Olanda (che teme un calo di traffico per i suoi porti), Finlandia, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Danimarca. Di fatto i 28 da anni sono spaccati a metà, con l’Italia che però è sostenuta – tra gli altri – da Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Romania, Bulgaria. La divisione aveva già fatto abortire la prima versione del provvedimento, presentato dal Commissario al Commercio Karel De Gucht che però a fine 2012 aveva finito per ritirarlo constatando l’impossibilità di fare passi avanti in Consiglio. Tajani e Borg lo hanno ripresentato, puntando sulla tutela dei consumatori e della salute, ma anche sulla lotta alla contraffazione. Il Commissario italiano ha espresso “soddisfazione” parlando di “un passo fondamentale” e sottolineando il “peso politico” della posizione della plenaria. Che ha approvato il testo complessivo della proposta di direttiva con 485 sì, 130 no e 27 astenuti. Secondo la proposta i produttori possono scegliere se indicare in etichetta il paese d’origine o un più generico “made in Ue”, tenendo conto che per paese d’origine si intende quello in cui è avvenuta “l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata”. (Marco Galdi/Ansa)