Silenzio Colle su grazia. La linea è già tracciata

Pubblicato il 28 aprile 2014 da redazione

ROMA. – ”La posizione del Presidente in materia di provvedimenti di clemenza è stata a suo tempo espressa con la massima chiarezza e precisione nella dichiarazione del 13 agosto scorso”. Questa è solo una delle ormai numerose precisazioni sul tema della grazia a Silvio Berlusconi venute dal Quirinale sin dalla sentenza della Cassazione dello scorso agosto. Il Colle è stato costretto più volte anche a smentire rumours ed indiscrezioni giornalistiche definite “ridicole panzane” come quella di un presunto “patto tradito” dal Presidente Napolitano rispetto al futuro politico del leader di Forza Italia. Oggi invece, a meno di un mese dalle prossime elezioni europee, si sceglie la linea del silenzio, si ritiene di non dover intervenire di fronte ad una richiesta ormai reiterata più e più volte dallo stesso Cavaliere e dai suoi sostenitori. “Il presidente della Repubblica non dovrebbe avere un attimo di esitazione a dare, senza che io presenti la richiesta, perché ho la dignità di non chiederla, un provvedimento che cancelli l’ignominia dell’affido ai servizi sociali”, disse infatti Berlusconi lo scorso novembre. Per poi subito raddoppiare a dicembre: “se ci sarà un minimo di saggezza al riguardo dovrebbe arrivare, per il periodo della condanna di dieci mesi, una grazia ‘motu proprio’ dal capo dello Stato”. Certo, oggi Berlusconi ha compiuto un passo in avanti passando dalla richiesta al giudizio etico sul comportamento del capo dello Stato, parlando esplicitamente di una sorta di violazione di un ”dovere morale” da parte del presidente. Ma tant’è: la campagna elettorale è ormai entrata nel vivo e si vede. Del resto basta rileggere l’ormai famosa nota del 13 agosto per capire come la posizione di Giorgio Napolitano non si sia spostata di un millimetro in questi mesi. Intanto la procedura per la Grazia richiede diversi passaggi formali che si compiono in tempi non strettissimi. Per esempio, la decisione per l’ultima Grazia concessa da Napolitano, quella al colonnello americano Joseph Romano per il caso Abu Omar, è stata assunta dopo aver acquisito la documentazione relativa alla domanda avanzata dal difensore, le osservazioni contrarie del Procuratore generale e il parere non ostativo del Ministro della Giustizia. Infatti sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il Procuratore generale presso la Corte di Appello. A tal fine, essi devono obbligatoriamente acquisire ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari. Acquisiti i pareri, il Ministro trasmette la domanda, corredata dagli atti dell’istruttoria, al Capo dello Stato, accompagnandola con il proprio “avviso”, favorevole o contrario. Certo, l’art. 681 del codice di procedura penale prevede anche il ‘motu proprio’, cioè che la grazia possa essere concessa di ufficio. Ma su questo Napolitano è stato chiaro: ”il Capo dello Stato non può prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza. E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista” dal Codice di procedura penale. Punto. (Fabrizio Finzi/ANSA)

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