Arrestato Scajola, “ha favorito latitanza Matacena”

Pubblicato il 08 maggio 2014 da redazione

REGGIO CALABRIA. – Lo spostiamo in “un posto più sicuro”. Una frase all’apparenza innocua ma che, messa insieme ad altre decine di telefonate intercettate, ha portato in carcere l’ex ministro Claudio Scajola, accusato di avere favorito la latitanza di Amedeo Matacena jr., l’ex deputato di Fi condannato in via definitiva a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa per i suoi rapporti con la cosca di ‘ndrangheta dei Rosmini di Reggio Calabria. Da quei colloqui, infatti, i magistrati della Dda e gli investigatori della Dia reggina si sono convinti che l’oggetto dello spostamento fosse proprio Matacena. Scajola è stato bloccato all’alba in un albergo romano, a via Veneto, ed agli uomini della Dia è apparso “sconcertato e sconvolto”. L’ex ministro ha detto di non aspettarsi il provvedimento e ha chiesto di conoscerne le motivazioni. Contemporaneamente, gli investigatori eseguivano altri cinque provvedimenti a carico del factotum di Matacena, Martino Politi, portato in carcere; della madre e della segretaria di Matacena, Raffaella De Carolis e Maria Grazia Fiorsalisi, della storica segretaria di Scajola, Roberta Sacco, e di Antonio Chillimi. A questi ultimi quattro sono stati concessi i domiciliari. Restano da eseguire due provvedimenti: uno a carico di Matacena e uno a carico della moglie dell’ex deputato, Chiara Rizzo, alla quale, scrive il gip nella sua ordinanza, Scajola era completamente “asservito”. L’inchiesta è un filone dell’indagine Breakfast con la quale i magistrati reggini puntano a ricostruire i movimenti dei capitali illeciti delle cosche e che nell’aprile 2012 ha portato i pm ad indagare l’allora tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito ed altre persone tra cui il consulente calabrese con studio a Milano Bruno Mafrici. Proprio da una conversazione intercettata tra Mafrici e Matacena è nata l’inchiesta che ha portato gli investigatori a scoprire quello che ritengono, a vario titolo, non solo un gruppo di fiancheggiatori, ma anche i protagonisti del tentativo di interporsi fittiziamente, come prestanome di Matacena, acquisendo la titolarità di società per impedire che potessero essere sequestrate. Cosa che è invece avvenuta in via preventiva con i sigilli posti a beni valutati in 50 milioni. Matacena, ricercato dall’estate scorsa, era stato arrestato a Dubai il 29 agosto 2013 e ben presto rimesso in libertà, ma senza passaporto. Da qui la necessità, secondo l’accusa, di spostarlo in un luogo “più sicuro”, individuato nel Libano. E qui, secondo la Dda, è entrato in gioco Scajola che si è messo a disposizione della moglie di Matacena per trovare una soluzione. Aiutato in questo, oltre che dalle sue conoscenze, da un indagato in stato di libertà, Vincenzo Speziali, nipote omonimo dell’ex senatore del Pdl. E che Speziali sia indagato insieme agli otto arrestati, lo si evince da un decreto di perquisizione in cui le accuse ipotizzate sono ancora più gravi di quelle contestate nell’ordinanza di custodia cautelare: associazione a delinquere e associazione mafiosa. Per i magistrati, gli indagati, “prendono parte ad un’associazione per delinquere segreta collegata alla ‘ndrangheta dal rapporto di interrelazione biunivoca al fine di estendere le potenzialità operative del sodalizio mafioso”. Le perquisizioni, che hanno portato al sequestro di documenti e materiale informatico, hanno interessato anche Giorgio e Cecilia Fanfani, figli di Amintore, insieme ad altre sette persone. I nove non sono indagati e vengono definiti dalla Dda “soggetti di interesse investigativo”. E mentre i difensori di Scajola, Giorgio Perroni ed Elisabetta Busuito, invitano ad evitare processi mediatici, Silvio Berlusconi si dice “addolorato”. Più duro Giovanni Toti che parla di “giustizia ad orologeria”, dicendosi certo che Scajola “dimostrerà la sua innocenza” e che Fi “resta un partito garantista”, mentre per il capogruppo al Senato del M5S Maurizio Buccarella Forza Italia è un “partito di condannati e indagati”. Secondo Ignazio Messina (Idv), l’arresto “ci fa tornare a ‘Mani Pulite'”. Cesa (Udc) si dice dispiaciuto ma chiede rispetto per la magistratura. Il segretario della Lega Nord, Salvini, si augura che non sia vero ma parla di “accuse brutte”, mentre per l’ex pm di Palermo Ingroia, la vera priorità è la questione morale. Dal Pd, D’Alema e Bersani si rimettono alla magistratura, ma l’ex segretario osserva che l’arresto “accentua il distacco politica-cittadini”, mentre la Bindi ribadisce il rammarico espresso dal procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho che in mattinata aveva detto: “colpisce che una persona che ha ricoperto posizioni di vertice e di responsabilità nello Stato possa occuparsi di un condannato per mafia fuggito all’estero per non espiare la pena”.  (dell’inviato Alessandro Sgherri/ANSA)

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