Mazza: “Il Caso Genco non é chiuso, si indaga per scoprire chi lo ha aiutato”

Pubblicato il 09 maggio 2014 da redazione

CARACAS – “Minchia chi sugnu”. Queste le prime parole del boss Vito Genco, una volta ripresosi dallo spavento e dalla sorpresa, mentre gli agenti della ‘scientifica’ venezuelana lo ammanettavano e, senza troppi complimenti, lo facevano salire sulla loro auto. Intercettato nella ‘Autopista Regional del Centro’, nelle adiacenze del centro commerciale ‘Big Low Center’ nel Comune di San Diego, e obbligato a scendere dalla sua vettura, aveva temuto si trattasse di un sequestro. Ma chiamato per nome, il suo vero nome, ha capito immediatamente che la sua lunga latitanza era giunta a capolinea; si era conclusa in una superstrada venezuelana. Insomma, che la giustizia italiana, nonostante fossero trascorsi 20 anni, non si era dimenticata della sua esistenza.

– L’operazione è stata portata a termine dall’Interpol di Caracas, su attivazione degli investigatori dei Carabinieri e la Procura di Torino che, all’epoca, avevano condotto le indagini conosciute col nome di Cartagine, operazione che portò allo smantellamento del clan Cuntrera-Caruana – Carlo Mazza, ex responsabile dell’Ufficio Antidroga della nostra Ambasciata,  parla con la sicurezza e la prudenza del poliziotto che sa misurare le parole e dosificare ogni suo commento. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre da Roma, ove ha incontrato il boss mafioso estradato dal Venezuela e consegnato alla Giustizia italiana, si reca a Vercelli. Oggi Carlo Mazza è il Primo Dirigente della Questura di Vercelli responsabile della Divisione Anticrimine, quella da cui dipendono tutti gli uffici investigativi. Un incarico, il suo, delicato e di gran responsabilità. D’altronde, come lo stesso Mazza spiega, è a capo della Divisione le cui attività “sono riconducibili a quelle di polizia Giudiziaria”

– Qual è stato il tuo ruolo nelle indagini che hanno portato alla cattura del boss?

– Ho sviluppato – spiega – le informazioni che sulla probabile presenza del Genco in Venezuela mi erano state consegnate. Ho fatto le mie indagini. E queste mi hanno permesso di scoprire la sua nuova identità.

Il malvivente, infatti, si muoveva in piena libertà sotto copertura. Il suo falso-vero nome era Antonio Giusto Mainenti. Falso, perché non era suo; vero, perché apparteneva ad un connazionale deceduto qualche anno prima.

– Una volta risaliti alla sua nuova identità – prosegue Mazza – abbiamo attivato i colleghi venezuelani. E così siamo riusciti a catturarlo.

– Quanto tempo è durata l’indagine?

– Sono stato attivato nell’estate del 2012 – racconta -. Nell’ottobre dello stesso anno l’indagine era praticamente conclusa. Avevo identificato il falso-vero nome di Genco. Da allora l’Interpol e la polizia hanno approfondito le ricerche per localizzarlo e arrestarlo.

Mazza spiega le ragioni per le quali era stato tanto difficile risalire a Genco e localizzarlo:

– E’ una persona scaltra. Aveva messo in atto tanti accorgimenti per non essere scoperto. Non era in possesso di nulla, assolutamente nulla che potesse permettere la sua localizzazione. Non aveva telefoni intestati a suo nome, né conti in banca. Insomma, aveva avuto l’accortezza di evitare ogni ‘posizione ufficiale’.

A volte, però, anche le persone più scaltre e navigate commettono errori. E, a quanto pare, il boss del clan Cuntrera-Caruana non è stata l’eccezione. Genco è stato tradito dal Gps della sua automobile. I suoi erano stati 20 anni di latitanza perfetta. O, forse, dovremmo dire di latitanza ‘quasi’ perfetta.

– Genco – prosegue Mazza – aveva un’unica cosa intestata a suo nome, il suo falso-vero nome: l’automobile. In Venezuela l’assicurazione è d’obbligo. E la compagnia assicuratrice pretese dal boss l’istallazione sulla vettura di un Gps

Ed è proprio il Gps che finalmente ha permesso alla polizia venezuelana di scoprire l’ubicazione di Genco, di seguirne i movimenti, di appurare le sue frequentazioni e, in ultimo, di arrestarlo.

– Quali ambienti frequentava? Con chi si incontrava?

Non elude la domanda ma neanche si sbilancia. Spiega con cautela:

– Su questo argomento c’è naturalmente un po’ di riserva sia da parte venezuelana che da parte nostra. C’è un contesto sul quale vorremo fare degli approfondimenti. Insomma, ulteriori indagini.

– Quindi il caso non si è chiuso con l’arresto. Proseguono le attività di investigazione.

– C’è interesse da parte nostra, ma sicuramente anche da parte venezuelana – assicura -. Curiosità. Si vogliono capire tante cose. Sono stati 20 anni di latitanza. Da parte nostra, sicuramente c’è tanto interesse.

– Anche in seno alla nostra Collettività c’è tanta curiosità. Per esempio, per sapere chi ha aiutato il boss in questi 20 anni. In particolare, durante la sua parentesi venezuelana. E’ una curiosità legittima. Si vorrebbe sapere se e chi potrebbe averlo protetto; se sono implicati connazionali. D’altronde, immagino che anche voi vorrete approfondire questi aspetti…

– Su questo è sicuro – afferma immediatamente dall’altro capo della linea telefonica -. E’ nostro costume; è costume della Polizia italiana e dei Carabinieri, di chiunque lavori in questo settore, approfondire le ricerche. Non ci si ferma alla cattura. Comunque, non operiamo sul posto e, quindi, dovremo appoggiarci ai colleghi venezuelani. Vedremo a quale livello di approfondimento riusciremo ad arrivare.

Il dossier, quindi, resta aperto. Come spiega Mazza, “Genco aveva una falsa-vera identità e queste agevolazioni le puoi ottenere solo se hai entrate in certi ambienti”. Ambienti, purtroppo, che potrebbero coinvolgere anche italo-venezuelani, come sembrerebbe sia accaduto nel caso, ancora tutto da chiarire, del faccendiere Aldo Miccichè, presuntamente legato alla cosca Piromalli, la ‘ndrina calabrese di Gioia Tauro.

 

Una felice conclusione per una bellissima esperienza

 

“Questa è la felice conclusione di una bellissima esperienza professionale. Sono stati quattro anni e mezzo in cui il mio compito di esperto antidroga mi ha riservato tante soddisfazioni. Eppure avevo lasciato il Venezuela con un cruccio; con il rammarico di non essere riuscito ad ottenere l’ultimo grosso risultato. Ora quel cruccio me lo sono tolto”. Per il dottor Mazza, oggi Primo Dirigente della Questura di Vercelli, responsabile della Divisione Anticrimine, è difficile nascondere la soddisfazione per il lavoro fatto. E certo, motivi ne ha e in abbondanza dal momento che è riuscito finalmente ad arrestare un ricercato che sembrava irreperibile.

– Genco – prosegue – era uno dei più importanti latitanti. Era il più ricercato. Devo ringraziare il capitano Palazzo che mi ha dato la possibilità di portare avanti l’indagine.

Intuizione, pazienza, perseveranza e, forse anche, un pizzico di fortuna, che non guasta. Insomma, un po’ di tutto. D’altronde, Vito Genco, pur conducendo una vita agiata in un quartiere esclusivo della città di Valencia, non aveva mai dato troppo nell’occhio. La paura di essere scoperto lo aveva addirittura consigliato di fare a meno del bancomat, e delle comodità delle carte di credito. Un basso profilo, insomma, che non ha aiutato certo le indagini.

In passato, negli anni ’80, il Venezuela era stato rifugio sicuro anche per Alfonso Caruana che vi si trasferì ospite dei cugini Pasquale e Gaspare Cuntrera. Questi vi risiedevano dagli anni ’60. I Cuntrera, in quel periodo, vivevano nella città di San Cristòbal, vicino alla frontiera con la Colombia. Da qui avevano iniziato un lucrativo traffico di droga verso gli Stati Uniti e l’Europa. Nel settembre del 1992, però, si concluse la loro parentesi venezuelana. In seguito alle indagini della Criminalpol e del Servizio Centrale Operativo coordinato da Alessandro Pansa, diventato nel 2013 capo della Polizia di Stato, Paolo, Pasquale e Gaspare Cuntrera furono arrestati ed estradati in Italia.

Mauro Bafile

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