La Giornata Politica: Assimetria europea

Pubblicato il 26 maggio 2014 da redazione

ROMA  – Alla vigilia del Consiglio europeo, l’asimmetria europea della vittoria di Matteo Renzi è vistosa. Il Rottamatore è l’unico capo di governo che esce davvero vincitore da elezioni continentali che hanno visto crescere in modo preoccupante la protesta euroscettica. La Cdu di Angela Merkel lo segue a buona distanza, dopo aver incassato il risultato più deludente degli ultimi trent’anni. Altri governi (vedi Francia e Gran Bretagna) hanno sfiorato il tracollo.

La speranza di una terza via progressista, alternativa a quella dell’austerity, cade dunque sulle sue spalle e gli conferisce il carisma del Blair italiano, vale a dire dell’uomo che dovrà dimostrarsi capace di incarnare la famosa ”vocazione maggioritaria” del Pd. Una sorta di chimera politica, inseguita vanamente da Walter Veltroni e dai suoi successori, che adesso prende corpo in forza di un successo che ha riportato per la prima volta dopo moltissimi anni un partito italiano a sfondare la quota psicologica del 40 per cento.

E’ chiaro che si tratta di un compito impegnativo e anche inatteso. Persino pericoloso. Il premier ha dimostrato di averlo capito perfettamente scegliendo il low profile della vittoria di squadra. Sebbene sia evidente che in un successo di queste proporzioni il ruolo del leader è decisivo, Renzi ha parlato con umiltà e concretezza di riforme e programmi. Il primo compito del generale è quello di saper vincere e Renzi non ha maramaldeggiato, come qualcuno si sarebbe aspettato. Ha sottolineato che la vittoria del Pd va affrontata su un doppio livello: quello interno e quello europeo. Sul primo ha spiegato che adesso non ci sono più alibi per non fare le riforme: ciò implicitamente significa che andrà avanti con il patto del Nazareno senza accettare veti né condizionamenti da parte degli alleati di governo (usciti molto ridimensionati dalle urne), né dalla minoranza interna. La rottamazione è appena iniziata, ha avvertito. Quanto al secondo livello, Renzi è paradossalmente l’unico interlocutore pericoloso di Angela Merkel. Per due buoni motivi: guida il più forte partito progressista d’Europa e si appresta ad insediarsi come presidente di turno della Ue per il secondo semestre del 2014. Un momento che il premier aspetta da mesi e che darà la possibilità al nostro Paese di incidere sulla politica dello sviluppo.

E’ su questo terreno che, con ogni probabilità, si giocherà la partita decisiva tra popolari e socialisti: Renzi spera che la manovra di liquidità della Bce annunciata da Mario Draghi per giugno lo possa aiutare ad aprire un varco nel muro dell’austerity tedesca. In altre parole, il voto del 25 maggio ha proiettato il segretario-premier sullo scenario europeo in un ruolo fino a ieri impensabile e che avrà i suoi inevitabili riflessi in Italia.

Il Rottamatore, rispetto alle previsioni di un bipolarismo con Beppe Grillo, si muove invece in un sostanziale quadro monopolare dove il Pd ha il doppio dei voti dei 5 stelle i quali, a loro volta, isolati in Italia ed in Europa, non sono poi così distanti da Forza Italia. Il voto ha restituito una situazione in cui, all’ombra del Pd, la frammentazione regna sovrana. Qui si celano per Renzi le maggiori insidie.

Se il Pd appare pacificato dalla vittoria, altrettanto non può dirsi del fronte centrista dove l’esperimento del Ppe italiano e dell’alleanza tra Alfano e Casini non ha portato frutti. Silvio Berlusconi ammette la sconfitta e si dice pronto a discutere la riunificazione del centrodestra, ma le punzecchiature tra i suoi uomini e gli alfaniani la dicono lunga sulla difficoltà del compito. Tuttavia il centrodestra unito, allargato alla Lega – che ha ottenuto un ottimo risultato – e a Fratelli d’Italia sarebbe sempre in grado di lottare con i grillini per il secondo ”gradino del podio”.

Ciò significa che l’Italicum, con il suo sistema di ballottaggio, non può dirsi tramontato. Il grande sconfitto è Grillo. E non tanto per i voti persi (il 21 per cento è sempre un grande risultato per un partito d’opposizione), quanto per l’ostentata sicurezza di aver già vinto prima del voto: il leader 5 stelle ha dimostrato in modo clamoroso di non essere in sintonia con l’elettorato, di non avere avuto il polso del background politico, e si è rifugiato nell’analisi surreale di un Paese di pensionati che non lo ha votato perché non vuole cambiare. Dare la colpa dell’insuccesso agli elettori non è mai una spiegazione e adesso nel Movimento si apre una fase di profondo ripensamento.

Pierfrancesco Frerrè

 

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