La giornata politica: Renzi, prima l’intesa poi i nomi

Pubblicato il 28 maggio 2014 da redazione

ROMA – Le prime timide aperture della Germania all’Italia, sostenute dalla promozione dei mercati e dell’agenzia di rating Fitch, dimostrano che il successo elettorale di Matteo Renzi ha ormai un respiro europeo. Come dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, la svolta Ue in politica economica ”è nelle nostre mani”. Si vedrà nelle prossime settimane se l’avanzata dei democratici italiani ha davvero incrinato quello che Nichi Vendola definisce il secondo muro di Berlino. Ma intanto si può osservare come il presidente tedesco Joachim Gauck abbia sottolineato che l’Europa ha bisogno dell’Italia e che la Germania è al suo fianco.

Il fatto è che anche Angela Merkel ha subito una mezza battuta d’arresto. La strategia del Ppe, e del suo candidato alla presidenza della Commissione Jean-Claude Juncker, traballa vistosamente: l’avanzata è ostacolata proprio dalla strategia di contenimento del Rottamatore il quale, chiedendo di raggiungere prima un’intesa sui programmi e poi di parlare di nomi, rende tutto più difficile per i sacerdoti dell’austerity.

I popolari dovrebbero impegnarsi su linee ostiche alla Bundesbank. L’impressione è che stiano crescendo le chance di un candidato di compromesso (in tal senso la figura di Enrico Letta sembra tagliata su misura). La richiesta italiana di scomputare dal patto di stabilità le spese per investimento, coniugata abilmente con l’offerta di un asse tra Roma e Berlino, getta un ponte tra le due fazioni (rigoristi e fautori dello sviluppo) e apre uno spazio al movimentismo renziano. Per il premier la partita è cruciale perché la possibilità di mantenere le promesse elettorali dipende molto dall’Europa e dai fondi che si potranno sbloccare. In altre parole, la pax renziana all’interno del Pd non è sufficiente a garantire le accelerazioni programmatiche indispensabili per l’innovazione.

Lo hanno capito perfettamente i due grandi sconfitti delle europee, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Superato il primo choc, entrambi si affidano ad analisi consolatorie e negano di aver perso: il primo perché i 5 stelle sono la principale forza d’opposizione italiana e godono di grande seguito tra i più giovani, il secondo perché pensa di aver pagato un prezzo più all’astensionismo che all’attrazione gravitazionale del moderatismo renziano.

Sembrano conclusioni un po’ sommarie. Difficile pensare che il Rottamatore abbia cannibalizzato l’elettorato di Scelta civica senza scalfire la base azzurra. E comunque astenendosi gli elettori centristi avrebbero dato ragione implicitamente agli alfaniani che individuano nell’oltranzismo dei falchi la radice della sconfitta di Fi.

Quanto a Grillo, un’emorragia come quella subita il 25 maggio non si spiega solo con la stanchezza elettorale: è venuta meno una certa forza propulsiva del leader. Grillo ha individuato una possibile exit strategy proprio sul vituperato palcoscenico europeo. Nel giorno degli euroscettici (Matteo Salvini ha stretto l’accordo con Marine Le Pen), è volato a Bruxelles per un sondaggio con Nigel Farage, il capo degli antieuro inglesi che hanno vinto le elezioni in Gran Bretagna. L’idea è quella di costituire un gruppo per così dire apolitico, il cui obiettivo sia quello di bloccare qualsiasi altro passo in direzione dell’integrazione Ue: ma c’è il rischio di passare per fascista, visti i compagni di strada di Farage; e soprattutto Grillo ha promesso una consultazione in rete sulle alleanze che si presenta piuttosto impervia.

Il fastidio con cui ha respinto le accuse di quanti gli chiedono un’autocritica la dice lunga sulla drammaticità del passaggio: da che cosa dovrei dimettermi?, si chiede il leader 5 stelle, facendo finta di non capire che una frazione del M5S gli chiede in fondo di dimettersi da se stesso, da un certo modo esagitato di approcciare i problemi politici. Brucia ai dissidenti quell’ appellativo di ”miracolati” che riporta un po’ alle speculari accuse che Berlusconi ha rivolto ai suoi critici. Era stato Grillo a parlare di dimissioni, punzecchia Tommaso Currò.

Il Cavaliere, che le contestazioni le ha già vissute, pensa intanto ad un centrodestra vecchio stile, da rifondare ”non subito e non con tutti”. Cioè non con il Ncd, indisponibile al patto con la Lega che si va delineando: gli azzurri firmeranno i referendum promossi da Salvini, la cui candidature alla guida dell’alleanza è – secondo Giancarlo Galan – un’ottima idea. Il Cav sembra trascurare coloro che invocano l’autocritica e una rinascita dal basso, come Raffaele Fitto. Ai suoi, Berlusconi chiede di finirla di parlare dei suoi figli: è un’ipotesi – fa sapere – definitivamente tramontata.

 Pierfrancesco Frerè

 

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