Aereo scomparso. Malaysia Airlines, aereo cercato nel posto sbagliato

BANGKOK  – L’hanno cercato per due mesi in quel tratto di mare lontano da tutto. Ma nel più grande mistero della storia dell’aviazione, di una cosa gli investigatori sono ormai certi: il Boeing 777 della Malaysia Airlines sparito l’8 marzo con 239 persone a bordo non è lì. Tanto che la missione per individuare i resti è stata interrotta, senza aver ritrovato niente. E con in più il dubbio, a cui ha dato voce un ufficiale americano poi smentito dai suoi superiori, che i segnali acustici identificati a inizio aprile non provenissero dalle scatole nere del volo MH370.

L’ammissione è arrivata ieri mattina dal Centro per il coordinamento delle ricerche istituito in Australia, annunciando il termine della missione del sottomarino ‘Bluefin 21’ impiegato per perlustrare quegli 854 chilometri quadrati indicati come il probabile luogo dell’inabissamento del jet.

“L’area può essere ora esclusa come il luogo di riposo finale del volo MH370″, si legge nel comunicato del Centro. L’agenzia ha poi aggiunto che le ricerche verranno ora estese a una zona adiacente grande 56 mila chilometri quadrati – una superficie più grande di quelle di Lombardia, Piemonte e Liguria assieme. Il problema è che per iniziare questa nuova fase servirà aspettare oltre due mesi: il tempo di appaltare la ricerca a un fornitore esterno, in una zona dai fondali ancora più profondi di quelli incontrati finora (4 chilometri e mezzo) e mai mappata dati gli oltre 2 mila chilometri di lontananza dalle coste occidentali dell’Australia.

Si calcola che la ricerca durerà un anno. Per la task force multinazionale che ha speso centinaia di milioni di dollari nell’impiego di navi e aerei, si tratta di una battuta d’arresto demoralizzante. E potrebbe non essere l’ultima. L’estensione dell’area di ricerca fa comunque perno sui “ping” identificati a inizio aprile in giorni distinti, e attribuiti con grande probabilità alle scatole nere del MH370 che allora stavano per esaurire le batterie (ora sono sicuramente senza vita).

Il problema è che su quei segnali acustici ora tra gli esperti circolano seri dubbi. Il vicedirettore della strumentazione marittima della Marina americana, Michael Dean, ha dichiarato alla Cnn che i “ping” provenivano da una fonte estranea al jet, forse da una stessa nave delle ricerche. La Marina di Washington ha poi smentito, definendo quelle dichiarazioni “premature” supposizioni personali.

Se Dean avesse però ragione, a quel punto cadrebbe l’intero teorema su cui si basa la caccia ai resti del MH370; i segnali acustici erano stati definiti “la pista più incoraggiante” dal capo delle ricerche, dopo che la zona era già stata circoscritta in seguito all’incrocio degli scarsi dati satellitari disponibili.

La Malaysia li ha pubblicati due giorni fa in un rapporto di 47 pagine, in modo che possano essere esaminati da esperti indipendenti. La scomparsa del Boeing, partito da Kuala Lumpur alla volta di Pechino, rimane piena di punti oscuri a partire dal motivo della brusca virata a sud-ovest, dopo che i sistemi di comunicazione erano stati disattivati manualmente. Non sono emersi legami terroristici né elementi sospetti tra i passeggeri o i membri dell’equipaggio. Da una sequenza di problemi tecnici al suicidio dei piloti, nessuna ipotesi è esclusa. Ma più passa il tempo senza ritrovamenti, più aumentano le probabilità che il mistero non venga mai risolto.

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