Siria: trionfo annunciato Assad, ma solo in metà Paese

BEIRUT. – Il presidente Bashar al Assad si appresta a essere confermato per altri sette anni come capo dello Stato d’una Siria lacerata e insanguinata dalla guerra civile in forza del risultato, atteso per domani ma scontato, delle “prime elezioni pluralistiche” dell’ultimo mezzo secolo. Sebbene i Paesi occidentali e quelli arabi del Golfo descrivano le consultazioni come una “farsa”, la formale permanenza di Assad al potere è uno scenario che molti giudicavano inimmaginabile quando più di tre anni fa si erano verificate nel Paese le prime inedite e massicce proteste popolari, represse nel sangue e poi degenerate in un inarrestabile conflitto di dimensioni regionali e internazionali. La macchina del potere di Damasco ha oggi portato alle urne gran parte della popolazione che si trova nei territori controllati dalle forze lealiste, composte anche da hezbollah, combattenti iracheni e pasdaran iraniani: ovvero il 40 per cento del territorio, dove si concentrano i principali centri urbani e dove comunque s’addensa la maggioranza dei siriani rimasti in patria. Testimoni residenti nelle aree sotto controllo governativo hanno riferito di “trasferimenti forzati di impiegati pubblici dai posti di lavoro ai seggi elettorali”: la pratica, denunciata nei sobborghi di Damasco di Wadi Barada, Qudsiya e Jamraya, è diffusa d’altronde da decenni nella Siria degli Assad. A Karnaz, a nord-ovest di Hama, secondo attivisti dell’opposizioni, le milizie lealiste avrebbero invece “dato alle fiamme alcune abitazioni di civili che si sono rifiutati di andare a votare”, mentre ad Aleppo, Homs e Hasake le truppe ausiliarie hanno “tenuto lontano dai seggi manifestanti anti-governativi”. Secondo il ministero degli interni, che ha dato viceversa notizia di una “affluenza straordinaria” e che ha per questo prorogato fino alla mezzanotte la chiusura dei seggi, sono 15 milioni (su un totale di 22) i siriani aventi diritto al voto. Ma nel conteggio non figurano i milioni di siriani fuggiti all’estero o residenti nelle zone non più in mano al regime. Un sorridente Assad ha votato assieme alla moglie Asma e ha posato assieme ad alcuni entusiasti elettori in un seggio dell’esclusivo quartiere Malki di Damasco. Nella capitale hanno votato anche il ministro degli esteri Walid al Muallim – da marzo scomparso dalla scena mediatica dopo esser stato ricoverato per problemi cardiaci – e i due ‘sfidanti’ del rais: Maher Hajjar e Hassan Nuri, che non fanno parte di nessuna opposizione organizzata e che hanno un peso politico irrilevante. I loro proclami pre-voto sono stati all’insegna del motto: “non importa chi vincerà, sarà la Siria a vincere”. Sul terreno la guerra è intanto proseguita senza sosta: numerosi raid aerei sono stati condotti dall’aviazione sui sobborghi di Damasco in mano ai miliziani ostili agli Assad. Questi sono sostenuti a diversi livelli – e a seconda dei diversi orientamenti – da Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Usa. In particolare il regime ha colpito con razzi e barili-bomba Daraya, Duma, Mliha e sulle regioni di Aleppo, Hama, Homs, Daraa e Dayr az Zor. E sono almeno 28 le persone uccise – tra cui due donne e tre minori – la cui morte è stata documentata dai Comitati di coordinamento locali degli attivisti anti-regime. I media governative non forniscono cifre al riguardo, mentre riportano le notizie di colpi di mortai sparati dalle milizie ribelli in due quartieri residenziali di Damasco (Bab Tuma e Salhiye) e contro l’aeroporto militare di Mezze. Dall’estero, le reazioni al voto siriano appaiono frattanto anch’esse scontate: il ministro degli esteri iraniano Mohammed Javad Zarif lo ha difeso ribadendo che solo “il popolo siriano può risolvere da solo la crisi del proprio paese”; mentre il francese Laurent Fabius ne ha irriso il valore sostenendo che la scelta proposta agli elettori è stata “tra Bashar al-Assad e Bashar al-Assad”. (Lorenzo Trombetta/ANSA)