E’ muro contro muro Renzi-autosospesi, nodo in assemblea

ROMA. – Lo scontro tra i 14 autosospesi del Pd e il resto del partito sulle riforme sbarca all’Assemblea nazionale, convocata a Roma. Matteo Renzi potrebbe illustrare alcuni punti su cui i partiti di maggioranza e di opposizione hanno trovato una intesa. Ma la tensione potrebbe avere uno sbocco più drammatico con la presentazione di un documento di sfiducia contro i 14 su cui far pronunciare l’Assemblea. Oggi anche tra i centristi di Pi si è aperto uno scontro dopo la sostituzione di Mario Mauro in commissione Affari costituzionali del Senato. I 14 attaccano a testa bassa il capogruppo Luigi Zanda, il ministro Maria Elena Boschi e Renzi, e i restanti senatori del gruppo (sia i renziani che la sinistra interna) che controreplicano irritati. Parte all’attacco anche Pippo Civati che sul suo blog avverte Matteo: “Caro Premier, volevo dirti cosi’ in assemblea, ma visto che hai deciso di far precipitare le cose e di strappare, dando il via alla sostituzione di Mineo dalla Cina, te lo scrivo prima, cosi’ se ti va hai tempo di rifletterci su”, esordisce. Poi il deputato chiede al premier di discutere dell’elezione diretta dei senatori. Se e’ invece in atto “una prova di forza stai facendo un errore – aggiunge – e, per quanto mi riguarda, chi fa le prove di forza sulla Costituzione, e’ gia’ fuori di essa”. Ma il ‘disagio’ nel partito c’è e si fa sentire. Durante la giornata è stato più d’uno lo scambio di accuse tra le ‘fazioni’. Massimo Mucchetti dà degli “stalinisti” ai dirigenti del partito; Walter Tocci afferma che mai nella storia della Repubblica un governo ha imposto un suo ddl sulle riforme costituzionali; Casson ironizza sul premier (“la Costituzione durerà più di Renzi”); Vannino Chiti, parla di Costituzione violata; Corradino Mineo pone come condizione “per ricucire” che Zanda, Boschi e Renzi ammettano l’errore. Ma il premier non ha alcuna intenzione di lanciarsi in una “autocritica” di sovietica memoria, anzi; riafferma che le riforme non possono essere stoppate da 14 senatori, mentre a chiederle sono gli 11 milioni di italiani che hanno votato il Pd alle europee e lancia un chiaro messaggio ai riottosi: “Accetto ogni discussione ma non mi rassegno che vinca la palude”. Il premier difende poi la decisione della sostituzione di membri in commissione spiegando che “non è epurazione nè espulsione ma coerenza”. Tanto se alla fine i 14 voteranno contro, non importa: “i voti anche senza di loro – scandisce – ci sono”. Il vicesegretario Lorenzo Guerini usa toni pacati ma sottolinea che i 14 “hanno sbagliato”; altri suoi colleghi mostrano i muscoli, come Stefano Bonaccini, responsabile Enti Locali: “Dopo aver discusso democraticamente e votato a stragrande maggioranza, nessuna remora nel procedere. Riforme subito nell’interesse del Paese”. E il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ironizza: “Mineo chi?”. Alcuni esponenti della segreteria vorrebbero presentare domani un ordine del giorno che chiede di andare avanti con le riforme e, in sostanza, sfiducia i 14. Il documento verrebbe fatto votare dai 1.000 in modo da evidenziare che la base del partito è con il governo sulle riforme. In difficoltà sono le minoranze interne dei Giovani Turchi e di Area riformista (vicina a Gianni Cuperlo), che si vedrebbero schiacciati sulle posizioni di Renzi. Di qui l’appello di Stefano Fassina a evitare “prove di forza in assemblea”, e di Roberto Speranza a “superare le difficoltà”. I 14 rischiano di sbattere contro un muro e uno di essi, Sergio Lo Giudice, ha dichiarato che intende votare il ddl del governo. Se si eviterà il voto sull’ordine del giorno si potrà tentare di ricucire. Lunedì Zanda incontrerà i 14 e martedì ci sarà l’Assemblea del gruppo, la sesta sul tema; nelle precedenti la maggioranza del gruppo ha votato per il ddl del governo. Una spaccatura analoga si sta aprendo nel gruppo Per l’Italia che ha sostituito in commissione il dissidente Mario Mauro, con il capogruppo Lucio Romano. Una parte del gruppo (lo stesso Mauro, Tito Di Maggio e Angela D’Onghia) hanno presentato ricorso al presidente del senato Pietro Grasso, mentre l’udc Antonio De Poli (anch’egli nel gruppo Pi), ha criticato il governo e le sue riforme. Il rischio è che anche questi quattro voti manchino all’appello in Aula.  (Giovanni Innamorati/ANSA)

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