La giornata politica: Non si cambia partner

ROMA. – Se l’accordo sulle riforme è stato raggiunto, come dice Roberto Calderoli, ciò significa che l’incontro tra Pd e 5 stelle, in agenda mercoledì, rischia di essere puramente formale. E’ sottinteso infatti che l’intesa tra i democratici e Forza Italia, con il supporto della Lega, non può che riguardare anche la legge elettorale, il terreno sul quale Beppe Grillo ha chiesto a Matteo Renzi di confrontarsi nella sua veste di segretario del Pd. Non a caso Maria Elena Boschi ha messo le mani avanti: si dialoga con tutti, ma senza ricominciare da zero. C’è apertura agli emendamenti, per esempio sull’abolizione delle liste bloccate invise ai grillini, tuttavia – ha fatto sapere il ministro delle Riforme – solo se saranno condivisi anche da chi ha contribuito fin dall’inizio a questo percorso di cambiamento. Cioè dal Cavaliere. ”Non si cambia partner all’ultimo momento”, è il ragionamento della Boschi, soprattutto se l’altro interlocutore deve ancora dimostrare di voler contribuire al cambiamento e non di volere in realtà conservare l’esistente, riportando le trattative nella palude. A queste precisazioni, i 5 stelle rispondono di volersi confrontare con il Pd sul piano strettamente parlamentare. Dunque non con il premier in prima persona il quale non potrebbe sconfessare quel patto del Nazareno che è stato all’origine di tutto. La mossa tuttavia sembra giungere fuori tempo massimo: i margini di trattativa sono esigui (il governo ribadisce la validità dei paletti iniziali del suo progetto, a cominciare dalla trasformazione del Senato in camera di secondo livello), come dimostra anche il sigillo impresso da Roberto Maroni che giudica molto positiva l’approvazione della riforma di Senato e Titolo V in prima lettura entro la fine di luglio. All’incontro con il Pd, il Movimento 5 Stelle si presenta comunque con l’obiettivo implicito di colpire l’asse con Forza Italia. Le accuse ai berlusconiani di essere un partito nato da accordi con la mafia e guidato da un pregiudicato, sembrano preparare il terreno ad un’offensiva per scuotere le basi politiche del dialogo che fin qui ha sorretto il percorso riformista. Il premier si terrà con ogni probabilità a distanza dal primo incontro con i grillini perché il voto parlamentare prima delle ferie, in pieno semestre di presidenza italiana della Ue, è un risultato importantissimo: da esso dipende anche la credibilità delle richieste del nostro Paese di rivedere la strategia dell’Europa. Ma non sarà facile blindare una trincea che deve dimostrare non solo di saper reggere all’urto dell’opposizione di Grillo ma anche di poter assorbire i tanti malumori che serpeggiano nelle fila azzurre. Fi è stata colta di sorpresa dall’apertura del M5S e si è allineata alla strategia renziana più per la paura di essere scavalcata da Grillo che per convinzione. Comunque finisca, infatti, Pd e Lega usciranno meglio di Forza Italia dalle estenuanti trattative, spesso incomprensibili all’opinione pubblica, che hanno punteggiato le ultime settimane. Del resto un centrodestra frantumato, che ha smarrito il filo del dialogo interno, dovrebbe prima ritrovare la motivazione interna: e invece rischia di giocare in un ruolo aggiunto nella squadra riformista, per di più con un leader che è ancora pesantemente condizionato dai suoi problemi giudiziari e non intenzionato a passare la mano. Però anche il M5S appare condizionato nelle sue mosse: come ha ammesso candidamente Luigi Di Maio, la grande vittoria europea del Rottamatore lo ha costretto a cambiare piano di battaglia e a giocare in un certo senso fuori ruolo, con l’incognita del giudizio dei suoi elettori già frastornati dalla scelta dell’alleanza con l’estrema destra europea. E’ un problema che anche Sel conosce bene: la frattura tra Vendola e Migliore è avvenuta proprio sul terreno del rapporto con Renzi. La sottile distinzione che il leader di Sel fa tra la sinistra di governo e la sinistra nel governo potrebbe rivelarsi sterile perché condanna la sinistra radicale all’isolamento. (Pierfrancesco Frerè/ANSA).

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