Maliki cede alle pressioni e apre alla soluzione politica

BEIRUT/BAGHDAD. – Le pressioni americane e britanniche sul premier iracheno Nuri al Maliki sembrano dare i primi timidi risultati, spingendo il capo del governo filo-iraniano a ipotizzare, per la prima volta in due settimane, una “soluzione politica” per risolvere la crisi iniziata il 9 giugno con l’offensiva qaedista nel centro e nel nord del Paese. E mentre i curdi si dicono pronti alla difesa di Kirkuk, è tornato a far sentire la sua voce anche l’imam radicale sciita Moqtada Sadr, che con i suoi miliziani promette di far “tremare la terra sotto i piedi dell’ignoranza e dell’estremismo”, minacciando direttamente i qaedisti sunniti. Intanto però si combatte violetemente nella città natale di Saddam Hussein: a Tikrit i miliziani dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), sostenuti da insorti locali sunniti, esasperati da otto anni di governo Maliki, tentano di resistere. Le forze speciali governative hanno tentato un blitz con elicotteri e paracadutisti, prendendo il controllo – secondo fonti ufficiali – del campus universitario. Ma non è stata una passeggiata: fonti riferiscono di una furiosa battaglia in corso a ridosso della città universitaria. Un elicottero è stato colpito ed è precipitato nei pressi della zona di atterraggio. Sul piano politico-diplomatico, la giornata è stata segnata dalla visita a sorpresa a Baghdad del ministro degli Esteri britannico William Hague, particolarmente significativa perché arriva alla vigilia del viaggio a Riad, in Arabia Saudita, del segretario di Stato Usa John Kerry. Hague ha rinnovato l’appello alla creazione di un governo di unità nazionale che sia “inclusivo” di tutte le principali componenti del Paese. Se quest’ipotesi era stata prima respinta con forza da Maliki, adesso il premier ha per la prima volta parlato di “soluzione politica parallela alla soluzione militare”. Fonti vicine ai negoziati tra le varie forze politiche sciite, affermano che il premier potrebbe anche rinunciare a guidare per il terzo mandato consecutivo il prossimo governo, a patto però di mettere a capo dell’esecutivo un uomo a lui vicino. Il prossimo primo luglio è convocata la seduta del neoeletto parlamento dopo le elezioni del 30 aprile scorso, vinte con una maggioranza relativa proprio da Maliki. Ma i leader politici sciiti, affermano le fonti, intendono concludere i negoziati – a cui non partecipano né le forze curde né i sunniti solidali con l’insurrezione – per il governo prima di quella data. In caso contrario la seduta sarà posticipata e ogni decisione sul futuro governo sarà rinviata. Su un altro fronte, il presidente della regione autonoma nord-orientale del Kurdistan, Massud Barzani, si è recato, per la prima volta da quando le sue milizie hanno preso il pieno controllo di Kirkuk, nella città petrolifera contesa tra arabi e curdi. Da lì Barzani ha affermato di esser pronto ad ammassare tutti i suoi militari per difendere il nuovo status quo. A Baghdad – dove i consiglieri americani giunti da Washington sono ora 130 su un totale di 300 promessi dagli Usa – un attentato dinamitardo compiuto in un quartiere a maggioranza sciita ha ucciso almeno 19 persone. E arrivano nuove notizie di orrori e massacri: nella zona di frizione tra milizie curde e Isis, nel nord-est del Paese, giungono notizie non verificabili in maniera indipendente dell’uccisione barbara da parte dei qaedisti di decine di civili del villaggio di Bashir, tra cui donne e anziani, trucidati perché sciiti. Il premier Maliki ha intanto confermato, parlando alla Bbc, che i misteriosi raid aerei condotti a ridosso della frontiera siriana tra martedì e ieri sono stati compiuti da caccia dell’alleato regime siriano e non da droni Usa come la tv governativa irachena aveva inizialmente affermato. In una prima dichiarazione riportata dalla Bbc, Maliki aveva ammesso che i raid sono stati compiuti in territorio iracheno e che non erano stati richiesti da Baghdad. Poche ore dopo, è giunta la rettifica: i velivoli siriani hanno sganciato le loro bombe su obiettivi qaedisti in Siria. Fonti tribali locali avevano riferito dell’uccisione di 57 civili iracheni nei raid di al Qaim, lato iracheno della frontiera. Il regime siriano non ha finora commentato l’accaduto. (Lorenzo Trombetta/Ansa)

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