Riparte la maratona delle riforme, ma nel Pd spunta la voglia di voto

ROMA. – Ottenere il via libera al ddl sulle riforme entro venerdì e così incassare, prima della pausa estiva, una vittoria utile per rilanciare l’azione politica del governo. E’ l’obiettivo che Matteo Renzi si è dato e sul quale sta investendo molte energie. Ma proprio dalle file renziane, con Nardella, successore del premier nella poltrona di primo cittadino di Firenze, si riaffaccia una pulsione al voto anticipato che, al momento, non sembra attrarre il premier. Non è l’unico segno di fibrillazione. Dalle parti di Ncd il prossimo appuntamento di Renzi con Berlusconi crea più di un maldipancia. Al Senato, intanto, domani pomeriggio, riprende la maratona: maggioranza e opposizione per tutta la settimana saranno impegnati in Aula fino a notte tarda per sfoltire gli oltre 3700 emendamenti ancora da votare. Si parte domani pomeriggio con gli emendamenti all’articolo 3 sui senatori a vita, ma i veri ostacoli sono ben altri. L’opposizione punta tutto sugli emendamenti che riguardano immunità parlamentare dei membri del nuovo Senato e numero di firme necessarie per i referendum popolari. Sel, M5S e Lega sperano di approfittare di un eventuale voto segreto per riuscire a battere il governo, come avvenuto sull’estensione al Senato delle competenze su temi “eticamente sensibili”. Sicuramente daranno battaglia in Aula. Lavoro per il presidente del Senato Pietro Grasso che in una intervista difende la sua gestione d’Aula dagli attacchi dell’opposizione: il canguro “è la difesa consentita in Senato contro l’ostruzionismo – dice – E poi come si faceva a ritenere ammissibili gli emendamenti burla che rinominavano il Senato ‘duma’ o ‘gilda’”. La maggioranza, per ridurre gli emendamenti, potrebbe aprire su alcuni, ma non tutti, i punti oggetto di trattativa: immunità, referendum, leggi di iniziativa popolare e corpo elettorale per nominare il presidente della Repubblica. Anche il governo si è mosso. Sul tavolo pesa molto la trattativa parallela sulla legge elettorale, in particolare sulle soglie e sulle preferenze. Renzi ha tenuto a legare molto Berlusconi alla partita. Mostrandosi peraltro ottimista sulla possibilità di approvare l’Italicum entro la fine dell’anno o persino prima. I due potrebbero incontrarsi già martedì ma il vertice non è ancora fissato. La mossa del premier, però, ha messo in agitazione gli alleati, preoccupati che l’intesa Pd-Fi sulle riforme possa penalizzarli sulla legge elettorale e persino negli equilibri di governo. Il leader di Ncd Angelino Alfano avvisa il premier: “Non credo che Forza Italia abbia l’unità e la forza per chiedere un rientro nel governo”. Più diretto è Fabrizio Cicchitto: “Senza i voti di Ncd non si andava da nessuna parte” sulle riforme. Per la legge elettorale è certamente giusto che Renzi incontri Berlusconi ma le riforme certamente non possono essere fatte contro le forze che fanno parte di maggioranza e governo”. Intanto, rispunta fuori il “partito del voto anticipato” nelle file renziane. Il sindaco di Firenze Dario Nardella in un’intervista al Corriere della Sera propone le urne, così come aveva già fatto il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, in una lettera al premier: “Di fronte all’accidia di forze politiche che sanno dire solo no – dice oggi Nardella – tanto varrebbe fare la nuova legge elettorale e andare al voto”. Il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda e la senatrice Maria Di Giorgi, però, bollano l’idea come una “ipotesi fuori dalla realtà” ed “un danno grave per l’Italia”. Renzi non commenta ma ambienti vicini al governo lasciano intendere di condividere la tesi dei due senatori. Ancor meno sarà piaciuto dalle parti di Palazzo Chigi l’editoriale di oggi di Eugenio Scalfari, su “Repubblica”, critico sulle riforme, sul peso del premier (paragonato al “socialista di destra” Bettino Craxi) e sulla capacità del governo di incidere sulla fase economica, al punto da invocare una sorta di commissariamento da parte della ‘troika’). L’ipotesi del voto anticipato attrae, invece, Beppe Grillo. Il leader del M5S, che ieri ha auspicato le urne ad ottobre, dà una forte sterzata alla strategia cinquestelle: stop al dialogo (con buona pace di Luigi Di Maio al quale viene comunque delegata la possibilità di verificare la reale possibilità di intesa con il Pd) e ritorno alle origini. Altro che tavolo delle trattative con Renzi, l’ex comico definisce il premier, Berlusconi e Giorgio Napolitano peggio del dittatore cileno Augusto Pinochet. (di Teodoro Fulgione/ANSA)

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