Siria: l’Onu denuncia, 200mila morti in 3 anni guerra

Pubblicato il 22 agosto 2014 da redazione

BAGHDAD/BEIRUT. – Una carneficina senza fine sotto gli occhi impotenti del mondo, che ha già provocato la destabilizzazione della regione a partire dall’Iraq. Questo il giudizio sul conflitto siriano dato dall”Onu, che in un rapporto ha parlato di oltre 191.000 morti nei tre anni di guerra. Oltre il doppio, dunque, rispetto ai 93.000 stimati un anno fa, ma ancora una cifra ritenuta inferiore a quella reale, perchè riguarda solo i casi che si sono potuti verificare. Intanto in Iraq un massacro compiuto da miliziani sciiti in una moschea sunnita a nord-est di Baghdad, in cui sono morti almeno 65 fedeli, rischia di gettare benzina sul fuoco delle tensioni interconfessionali irachene. All’ecatombe siriana ha contribuito “la paralisi internazionale” che ha incoraggiato gli “assassini, i torturatori e i devastatori”, ha denunciato l’Alto commissario Onu per i diritti umani Navi Pillay. Un conflitto, ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che “ha contribuito a condizioni che alimentano la proliferazione del terrorismo”. Il riferimento è al contagio jihadista che ha investito il vicino Iraq, dove intere regioni del nord sono state conquistate dai jihadisti sunniti dello Stato islamico (Isis) a partire dalle sue basi in territorio siriano. Undici anni dopo la caduta del regime di Saddam Hussein il Paese sembra sul punto di essere nuovamente risucchiato nel vortice della violenza, come testimonia l’attacco armato compiuto da milizie sciite, nemiche dell’Isis, ad una moschea di Hamrin, nella provincia di Diyala. Secondo le autorità irachene, si sarebbe trattato di una vendetta per un attentato compiuto in precedenza contro volontari sciiti, arruolatisi per combattere i jihadisti sunniti. La guerra all’Isis continua intanto in territorio siriano come in quello iracheno. Almeno 70 miliziani dell’Isis, secondo l’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) sono stati uccisi nelle ultime 48 ore dai bombardamenti dell’aviazione di Damasco contro i jihadisti che minacciano la base aerea di Al Tabaqa, l’ultima controllata dai lealisti nella provincia settentrionale di Raqqa. Mentre nel nord dell’Iraq continuano i raid americani a protezione delle forze curde, le uniche rimaste a far fronte alla minaccia dello Stato islamico. Ma secondo fonti politiche a Baghdad, una controffensiva congiunta dei Peshmerga curdi e dell’esercito federale che porti alla riconquista dei territori perduti e di importanti città, come la stessa Mosul e Tikrit, potrà essere lanciata solo dopo che sarà stato garantito l’appoggio dei potenti clan tribali sunniti armati, finora diffidenti delle autorità centrali di Baghdad. Ad un accordo di questo genere, secondo le fonti, gli Stati Uniti starebbero lavorando, oltre a continuare ad assicurare il loro appoggio agli sforzi del premier incaricato Haidar al Abadi per formare un governo di unità nazionale. Ma anche la cooperazione della Turchia è “strategica” per sconfiggere i jihadisti, ha detto Al Abadi in una telefonata al presidente turco eletto e primo ministro uscente Recep Tayyip Erdogan. I rapporti tra il governo del premier uscente iracheno Nuri al Maliki, sciita, e quello di Erdogan, sunnita, sono stati tesi negli ultimi anni a causa del sostegno di Ankara ai ribelli sunniti siriani. E l’opposizione turca ha accusato Erdogan anche di avere concesso in passato campi per l’addestramento in Turchia ai ribelli anti-Assad, jihadisti inclusi. (Alberto Zanconato/Ansa)

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