Obama, è ora di distruggere Isis, ma non invieremo le truppe

Pubblicato il 05 settembre 2014 da redazione

NEW YORK. – “E’ ora di agire” per fermare la minaccia jihadista ed “indebolire e distruggere” lo stato islamico dell’Isis: Barack Obama lo ripete al termine del vertice Nato in Galles, sottolineando però come nessuno ha in mente di inviare truppe in Iraq o in Siria. Il presidente americano si mostra soddisfatto per la decisione presa con gli alleati, quella di formare una grande coalizione internazionale, coinvolgendo oltre ai partner europei anche la Turchia (Obama ha incontrato il premier Erdogan a margine del summit) e alcuni Paesi arabi come gli Emirati e la Giordania. Ma anche l’Arabia Saudita e il Qatar, che sembrano sempre più prendere le distanze dai gruppi dell’islam più estremo, per timore di una loro avanzata anche in casa propria. Gli Usa invece smentiscono categoricamente ogni progetto di collaborazione con l’Iran, dopo alcune affermazioni dell’ayatollah Ali Khamenei che erano state lette come delle aperture, come una disponibilità di Teheran a collaborare nella lotta contro l’Isis. La coalizione voluta dalla Casa Bianca, dunque, prende forma. E almeno su questo fronte la linea del presidente americano – giunto al summit Nato con l’obiettivo di rilanciare una leadership un po’ appannata – sembra essere passata al tavolo dell’Alleanza. Così come la richiesta pressante di Washington ai Paesi europei di aumentare le spese per la difesa: e il 2% di pil in 10 anni è una risposta che la Casa Bianca giudica convincente. Mentre sulla crisi ucraina restano le differenze, con i Paesi europei più cauti rispetto agli Usa sulla risposta da dare a Mosca. Ma Obama preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. Bersagliato in patria per la presunta mancanza di una strategia in politica estera e nella gestione delle crisi in Siria e in Iraq, in suo soccorso arriva la conferma che nel recente raid aereo americano in Somalia è stato ucciso il leader di al Shabaab, il gruppo terroristico ritenuto il più importante alleato di al Qaida in Africa. Si tratta di uno dei più grandi successi dell’ amministrazione Obama dal blitz di Abbotabad, in Pakistan, che portò alla morte di Osama bin Laden. Ad essere ucciso in Somalia è stato Ahmed Abdi, noto col nome di battaglia di Godane, uno degli uomini più ricercati dagli Usa e considerato tra le altre cose la mente del recente sanguinoso attacco ad un mall di Nairobi, in Kenya. “E’ la dimostrazione che stiamo andando nella giusta direzione”, rivendica il presidente Usa, che punto per punto traccia quella strategia che lo accusano di non avere. Una strategia – come spiegato anche dal segretario di Stato John Kerry e dal capo del Pentagono Chuck Hagel – che prevede un ampio sforzo internazionale mirato a pochi ma chiari obiettivi. Obama, nella conferenza stampa tenuta alla fine del vertice dell’Alleanza, detta queste priorità: avanti con i raid aerei per sostenere le forze irachene che combattono sul terreno; contrastare le forme di finanziamento dell’Isis (a partire dai proventi derivanti dal commercio dei prodotti petroliferi); affrontare le crisi umanitarie nell’area; delegittimare l’ideologia dell’Isis, anche quella propagandata via web. Ultimo punto, ma non meno importante, creare una “task force multinazionale” per bloccare il flusso di combattenti occidentali verso Siria e Iraq. Quegli uomini che una volta rientrati in patria rappresentano una enorme minaccia per la sicurezza negli Stati Uniti e in Europa. “Non invieremo truppe in Siria”, ribadisce quindi il presidente Usa, spiegando che il coinvolgimento sul campo “non è necessario per raggiungere i nostri obiettivi”. “Bisogna invece trovare alleati affidabili e moderati sul terreno – aggiunge – che dovremo sostenere con i nostri partner. Questa la strategia che stiamo seguendo”, incalza, rivolto soprattutto ai suoi detrattori. E alla maggioranza degli americani che sembra averlo abbandonato, con la popolarità scesa ai minimi da quando è stato eletto presidente. Al 38%, afferma l’ultimo sondaggio di Gallup, spiegando però come tutti i presidenti – tranne Eisenhower e Jfk – siano scesi a un certo punto sotto il 40%. (Ugo Caltagirone/Ansa)

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