La giornata politica: Buon esordio internazionale del tandem Renzi-Mogherini

Pubblicato il 05 settembre 2014 da redazione

ROMA. – Il buon esordio internazionale del tandem Renzi-Mogherini al vertice Nato di Cardiff rischia di finire offuscato dalle violente polemiche in patria sul blocco degli stipendi statali e il minacciato sciopero delle forze dell’ordine. Il perché è presto detto: premier e lady Pesc sono riusciti ad affermare, di fronte ad uno schieramento europeo abbastanza diviso al suo interno, la validità di una strategia che porti la Russia al tavolo del negoziato. La tregua ucraina ne dovrebbe essere un primo segnale e la durezza delle sanzioni a Mosca annunciate dal vertice è bilanciata dall’esplicita ammissione del Rottamatore che il nodo politico è in mano a Putin perché di una Russia ”pienamente integrata” c’è bisogno nello scacchiere geopolitico (in particolare in Medio Oriente). Un po’ la strategia già perseguita dal governo Berlusconi. Ma mentre da una parte il governo italiano invoca saggezza, dall’altra deve respingere i ”toni inaccettabili” dei sindacati di polizia che minacciano, per la prima volta nella storia della Repubblica, lo sciopero generale. I rappresentanti delle forze dell’ordine, sostenuti da Cgil, Cisl e Uil ribattono che non c’è nessun ricatto ma solo la rivendicazione di giusti diritti. ”Ma a palazzo Chigi nessuno ci ascolta”, denunciano. Che una trattativa sugli scatti fosse in corso lo ammette lo stesso Renzi il quale tuttavia ribadisce che nella legge di stabilità (la vecchia Finanziaria) i tagli alla spesa pubblica giocano un ruolo decisivo. Dunque, sembra di capire, i margini negoziali sono strettissimi. Anche perché le Borse mondiali – come previsto – dopo la prima giornata di euforia hanno virato in negativo sospendendo il giudizio sull’ennesima manovra della Bce che, come avvertito da Draghi, da sola non risolverà la crisi dell’eurozona. Ora il punto politico è che accanto alle forze dell’ordine in tumulto non c’è solo l’opposizione (FI, M5S, Lega, Fdi, Sel) ma anche una parte dei centristi e del Pd. Pierferdinando Casini giudica un errore la ”prova muscolare” di Renzi e insieme a una parte del Ncd e ai popolari lo invita a cercare una via d’uscita. Esiste una exit strategy? Al momento non sembra. La fermezza con la quale il Rottamatore ripete di non voler violare il tetto del 3 per cento del rapporto deficit-Pil finisce per restringere i margini di manovra. Stefano Fassina lo accusa di replicare in sostanza l’agenda Monti; i 5 stelle ne approfittano per dipingerlo ”servo dell’Europa” come i suoi predecessori. Nel momento in cui è in corso la raccolta di firme sul referendum antiausterità (sostenuto da 54 parlamentari dem) e cresce il dibattito sugli effetti disastrosi della politica recessiva voluta da Berlino, la maggioranza renziana rischia di finire accerchiata in casa, nonostante i sondaggi segnalino che la popolarità del capo del governo regge ancora (anche se in lieve calo). Il fatto che Romano Prodi rimpianga l’assenza sullo scenario europeo di un leader come Helmut Kohl e, ricevendo il premio Alcide De Gasperi, invochi una rivoluzione della politica generale Ue, senza la quale dalla crisi non si esce, dovrebbe far riflettere in casa democratica. La vicesegretaria Debora Serracchiani dice che il Pd non può vivere in un congresso permanente perché il partito ha scelto la strada delle riforme ed è giunto il momento di attuarle: compresa la ”scelta dolorosa” del blocco degli stipendi statali in cambio degli 80 euro dati ad una platea assai più vasta. Tuttavia non ha torto Prodi quando osserva che nel clima di paura generale che si è creato, la gente non spende: e dunque la ripresa è un miraggio. L’impressione è che la scelta di Renzi di disertare il ‘salotto buono” di Cernobbio per essere vicino alle imprese che investono e inaugurano nuove iniziative possa essere anche vincente sul piano dell’immagine nei confronti della gente comune; ma sia anche insufficiente a spiegare come possa fare l’Italia a ripartire con il fardello di nuovi tagli imposti da Bruxelles che suscitano le perplessità di fior di studiosi su entrambe le rive dell’Atlantico. Discorso che vale anche per la Francia. Del resto le riforme per avere effetto hanno bisogno di tempo, ma la deflazione non aspetta. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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