Essere italiani, dato di fatto o  scelta del cuore

Pubblicato il 28 settembre 2014 da redazione

CARACAS.- Presso il “Trasnocho Cultural” abbiamo assistito ad un magnifico evento, presentato per la prima volta nella capitale venezuelana. S’è trattato di una eccellente cooperazione tra la Camera di Commercio Venezolano-Italiana (CAVENIT) , “Italico Social Network”, Istituto Italiano di Cultura e Fondazione “Trasnocho Cultural”, il tutto programmato e coordinato da Luigi Sciamanna, con la Direzione artistica di Diego Rísquez.

Molte le personalità di spicco invitate all’importante appuntamento, tra cui Antonio Costante, del quale sono ancora vivi gli echi della sua magnifica messa in scena, alcuni anni fa, di “Verdi, passione e libertà”. Accanto al nostro regista Antonio Delli, Claudio Nazoa, Augusto Nitti, Diana Volpe, Elio Petrini, Enrique Berrizbettia, Gerardo Luongo, Gioia Lombardini ed altri note personalità del mondo artistico “caraqueño”.

Un inizio che ha avuto in prima fila la Lombardia e che proseguirà con la Calabria, Abruzzo, Toscana, Marche, Basilicata, Campania, Puglia e Sicilia.

Infine, ci è grato sottolineare, abbiamo avuto la magnifica occasione, grazie a tale iniziativa, d’avere per qualche giorno tra noi, quì a Caracas, Riccardo Giumelli, brillante e noto sociologo che, dal 2002 al 2003 ha svolto periodi di ricerche presso la Camera di Commercio Italiana per la Francia (Parigi) ed in seguito, presso la Rappresentanza Italiana all’OCSE (Parigi).

Prima di dare “spazio” all’intervista con tale brillante talento, che nel 2006 ha ottenuto il Dottorato di Ricerca in Sociologia delle Comunicazioni, presso l’Università di Firenze, ed  insegna attualmente Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’Università di Trento, sottoliniamo che  svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica dell’Università di Firenze ed ha pubblicato per l’editore Liguori la monografia ”Lo sguardo italico. Nuovi orizzonti del cosmopolitismo”. Collabora, inoltre, con riviste nazionali ed internazionali.

Lo incontriamo presso la Sede della Camera di Commercio Venezolano Italiana di Caracas.

Le nostre prime frasi mettono entrambi a proprio agio. Una doverosa carrellata su Firenze, trascende in pause di nostalgia che, cambia immediatamente, per proiettarsi nel presente: Venezuela… il Made in Italy… se… autentico, oppure “versione riveduta e corretta”, tipo “stile all’italiana”?

-Un discorso complesso – afferma il nostro intervistato – Se guardiamo al fenomeno come lo abbiamo sempre pensato, ci perdiamo qualcosa che noi chiamiamo “Fenomeni Glocali” (globali e locali) al tempo stesso. Cioè, se vado in Toscana e mangio un pecorino di Pienza, so che è autentico e di conseguenza è anche giusto per conoscere il luogo ed entrare pienamente nella sua realtà. È, come mangiare la arepa in Venezuela, non è lo stesso mangiarla per esempio in Francia.

A ciò, si aggiungono  i prodotti  che in un contesto globale, dove è facile muoversi e comunicare, sono simili anche se le cose cambiano poichè, se si sposta la produzione del prodotto in un altro Paese, dove tale produzione costa meno, come accade per esempio con la Fiat che ha sede amministrativa a Londra, sede legale in Amsterdam ed economica negli Stati Uniti, la cosa non muta ma non è uguale.

Per esempio, Valentino rappresenta l’Italia ma è in mano degli Emiri, eppure l’immagine si vende  quale italiana –

– Ma tale realtà è migliore o peggiore?

– Beh, lasciamo da parte la frode. Ma, se un prodotto si spaccia come fatto in Italia, è frode. La maggior parte dei fenomeni sono qualcosa che è difficilmente identificabile e che, ad ogni modo, mette in discussione il concetto  del Made in Italy-.

– Sono normali considerazioni, in un mondo globalizzato dove si continua ad essere forse troppo rigidi sul concetto del Made in Italy e, troppo spesso, ci sfuggono occasioni che sarebbero eccellenti da afferrare – sottolinea il nostro intervistato, proseguendo – Il marchio Made in Italy è il più diffuso nel mondo, il terzo, fino a due anni fa, dopo Coca- Cola e Visa. Adesso è un po’ calato, ma resta sempre uno tra i pochi marchi nel mondo, dove il tema della produzione nazionale, il Made in Italy ha lasciato la definizione territoriale per diventare una sorta di brand. Ma, tali valori possono essere comunicati anche da chi non è italiano d’Italia. L’italian sounding è uno dei casi esemplari.

Faccio un esempio: Starbuks, la catena di caffetterie americana che vende il frappuccino, non esiste in Italia, ma vende perchè ispirata all’Italia.

– Beh, allora possiamo consolarci indossando ancora la nostra autentica pelle….

– Si… Ma, sai… un sociologo guarda il fenomeno e ne prende atto. C’è, nel mondo, gente interessata a consumare qualcosa che riflette i valori italiani e se ci arrabbiamo per questo, sappiamo che stiamo sbagliando -.

È davvero interessante ascoltare il nostro intervistato, sarebbe come dire: ”il marchio è una garanzia… non importa dove è stato impresso”…. ma… non sottilizziamo perchè, in fondo, anche “essere chiamato italiano” è una questione d’orgoglio, visto che le più belle sfilate di alta moda avvenivano a Palazzo Pitti e che nel Lungarno Vespucci  a Firenze, i cinesi amavano (e lo fanno ancora) farsi fotografare aggrappati al muretto dal quale si scorge l’orgoglioso “andare” di uno dei fiumi più famosi del mondo, l’Arno.

Riccardo Giumelli è una fonte inesauribile di esempi… d’informazioni dettagliate e colte….

– Non dobbiamo prendercela per la tanta gente interessata a consumare qualcosa che riflette i valori italiani – afferma – Se uno si arrabbia per questo, sbaglia!

– Ma, da dove viene questa tua appassionata ricerca su tale tema?

– Facile – risponde immediatamente e con slancio – Lavoravo a Parigi per la Camera di Commercio Italiana… stavo facendo un dottorato in Italia e mi sono innamorato della comunità italiana in Francia, per due motivi:  l’orgoglio di mantenere l’italianità e l’appassionante continua ricerca riguardante la cultura italiana che prende radici e si sviluppa, ingrandendosi  ovunque, in forma particolare. Io, davvero, avevo la sensazione di sentirmi “profondamente italiano”-.

Non poteva spiegarcelo in modo “più dolce e orgoglioso”.

Attualmente, Riccardo Giumelli sta collaborando a un progetto di ricerca, in veste di coordinatore, all’Università di Verona. Tale progetto contempla tre temi: “L’italianità”, “Il ruolo della Camere di Commercio Italiane nel mondo”, “La costituzione di un Social Network che possa catalizzare questo mondo sparso a partire da Caracas e che riflette la presenza italiana fuori d’Italia, includendo gli italofili e, cioè chi non ha sangue italiano, ma ama la cultura italiana”.

Il nostro intervistato, ha scritto un libro intitolato ”Lo sguardo italico”  nel quale c’è una bellissima frase iniziale che ci piace  riprodurre: ”Non ero totalmente di un Paese… e… non ero totalmente dell’altro”. Così, parla di chi vive una doppia identità.

(Anna Maria Tiziano/Voce)

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