Pelo malo, se la violenza entra nella vita intima

Pubblicato il 05 ottobre 2014 da redazione

MADRID. – “Pelo malo è un film sulla violenza che viviamo in Venezuela, tanto forte da essere passata dalla politica alla vita intima, al gesto, allo sguardo. Volevo rappresentare quanto sia grave ogni passo che, nella quotidianità, sommiamo alla mancanza di rispetto dell’altro, a volte per discriminazione di razza, altre per quella sessuale o per differenza politica”. La venezuelana Mariana Rondon è autrice e regista di ‘Pelo malo’, il suo terzo lungometraggio, uno dei grandi vincitori del Torino Film Festival, per la migliore sceneggiatura e la migliore interpretazione femminile di Samantha Castillo nel ruolo di Marta, già vincitore della Concha de Oro al Festival del Cinema di San Sebastian e che sarà sugli schermi italiani dal 30 ottobre. In un’intervista all’ANSA la Rondon racconta come ‘Pelo malo’, un piccolo film sulla libertà dell’individuo e il diritto a scoprire la propria identità, senza sottostare al giudizio altrui, interamente venezuelano e destinato a restare nei confini nazionali, sia “diventato d’improvviso un mostro universale”, distribuito in 30 paesi, mietendo premi e nomination sulle due sponde dell’Oceano. Come lo spiega? “Mi sono resa conto da un lato che questo dolore per il mancato riconoscimento della libertà dell’individuo, del diritto a scoprire la propria identità, è universale – osserva la regista – Dall’altro, che c’è un’urgenza di denunciarlo, per uscire dalla paura”. La trama. Fra gli agglomerati urbani della periferia di Caracas, Junior, 9 anni, vive con la giovane madre Marta, vedova e disoccupata. I rapporti fra i due sono tutt’altro che amorevoli, anche a causa dell’ossessione della madre per l’aspetto del figlio che, da parte sua, vorrebbe solo potersi stirare i capelli, crespi e ribelli, così da fare bella figura nelle foto di classe. “In America Latina – spiega la regista – pelo malo è sinonimo peggiorativo della razza nera. In Venezuela c’è una tale mescolanza di razze, che non è raro trovare un bianco coi capelli ribelli e crespi. I parrucchieri fanno affari d’oro: allisciare i capelli è la seconda fonte di entrate dopo il petrolio”, ironizza. Per Junior la foto dell’annuario e il capello liscio diventano una fissazione al punto che, per conquistare il suo sogno, sperimenta tutti i possibili intrugli, dalla maionese all’olio di semi. Invece a Marta, impegnata nella lotta per la sopravvivenza quotidiana, i vezzi del figlio appaiono intollerabili, indizi di una latente ambiguità. Tanto che, in un crescendo di tensioni e incomprensioni, il loro rapporto arriva a un punto di rottura, con la determinazione di Marta di cedere il figlio alla nonna rimasta sola, piuttosto che tenerlo con sé e col fratello. Sullo sfondo, una città dove la violenza è legge, in cui la vita può essere spezzata in qualunque momento. Come difendersi? “Sono abbastanza pessimista – osserva la regista di ‘Postales de Leningrado’ – anche se ho scelto i capelli come simbolo, perché ritornano a crescere. C’è una scena che per me è stata molto difficile da girare: quando Junior colpisce il fratello, riproducendo le aggressioni che a sua volta ha dovuto subire. Mi piacerebbe avesse una seconda opportunità”. “Il Venezuela è un paese bloccato in una forte polarizzazione politica, con le pressioni degli estremi che riducono lo spazio di incontro. Questo genera un clima di intolleranza nei confronti di chi è diverso e la pensa diversamente, in un contesto sociale carico di dogmi”, ha spiegato Mariana Rondon nel presentare il film in Spagna. Dichiarazioni che le hanno causato attacchi da parte del governo di Caracas. “Avevo detto solo che a Caracas si viveva una situazione di quasi guerra – ricorda – e gli eventi di febbraio hanno dimostrato che era così. Ma nessuno ha tollerato che lo dicessi ad alta voce”. Il governo di Nicolas Maduro e l’opposizione si sono rivisti in piazza a metà settembre, qual è oggi la situazione nel paese? “E’ più complessa – risponde la regista venezuelana – Stiamo vivendo una crisi di salute pubblica che mai avremmo pensato di poter vivere. Il governo parla di terrorismo psicologico contro il sistema sanitario nazionale. Il problema non è che ci possa essere un’epidemia di un presunto virus mortale, ma che l’esecutivo non assuma la responsabilità dell’emergenza sanitaria, degli squilibri economici, delle carenze nei rifornimenti di generi primari”. La Rondon, tuttavia, è ottimista sul futuro del cinema venezuelano: “Nuovi registi stanno facendo film non solo di botteghino, ma di contenuti. Parlano di un mondo che finalmente potremo vedere anche in Venezuela”. (di Paola Del Vecchio/ANSA)

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