Vertice di guerra da Obama. Gli alleati cercano una svolta

NEW YORK. – Per la Casa Bianca la strategia adottata contro l’Isis “è solo all’inizio e sta funzionando”. Ma nella lotta ai jihadisti sembra essere arrivato il momento di una svolta. Barack Obama lo sa bene, e per questo ha convocato un vero e proprio ‘vertice di guerra’ della coalizione internazionale che combatte i jihadisti in Siria e Irak. Mentre si continua a combattere duramente per impedire agli uomini del ‘califfo’ al Baghdadi di impadronirsi della città siriana di Kobane e dell’aeroporto di Baghdad, nella base militare di Andrews, in Maryland (quella dell’Air Force One), si sono ritrovati i generali di 22 Paesi occidentali e arabi, compresa l’Italia. Presente anche un alto ufficiale dell’esercito dell’Iraq, mentre non è stata invitata l’opposizione siriana. Obiettivo: fare il punto della situazione sul campo e valutare ulteriori opzioni in grado di rendere più efficace l’azione degli alleati, spiega la Casa Bianca. Questo prima che sia troppo tardi. Appare chiaro a tutti, infatti, che a due mesi dall’inizio dei raid aerei l’avanzata dell’esercito dello stato islamico non si ferma. Con i bombardamenti che nelle ultime ore vengono condotti ad un ritmo senza precedenti, come informa lo stesso Pentagono. Ma, nonostante le perdite inflitte ai jihadisti e i danni provocati a centinaia di mezzi e infrastrutture che erano nelle loro mani, i fatti rischiano di precipitare. La conquista di Kobane – al confine della Turchia e dunque alle porte della Nato – acquisterebbe per l’Isis innanzitutto un enorme significato simbolico. La presa dell’aeroporto di Baghdad, invece, sarebbe un vero e proprio disastro. Un disastro in tutti i sensi. E per evitarlo, con i militanti dell’Isis oramai giunti a poco più di 12 chilometri, la sensazione è che gli Usa e i suoi alleati siano pronti a tutto. Con gli americani che hanno in Iraq già 1.600 ‘consiglieri militari’, la maggior parte nella capitale. Di fatto uomini delle unità speciali delle forze armate, come i Berretti verdi, i Delta Force e i Navy Seals, pronti a intervenire. Finora Obama ha ribadito con fermezza la linea del ‘no boots on the ground’, vale a dire nessun soldato impegnato in missioni di combattimento. Ma sono in molti a credere che le forze irachene – incapaci da sole di contenere l’esercito jihadista, nonostante il sostegno dei raid – presto e almeno in alcune occasioni possano essere affiancate in prima linea da commando americani. Non sarebbe un coinvolgimento militare come nella precedente guerra in Iraq, ma il confine diverrebbe sempre più labile. E le prospettive sul futuro ruolo delle truppe Usa sempre più incerte. Con Obama combattuto tra l’esigenza di fare di più per fermare l’Isis e il rischio – come ha scritto qualcuno – di un nuovo Vietnam. Sul summit alla base di Andrews chiaramente vige il massimo riserbo e la massima segretezza. Ma è chiaro che questi siano stati gli argomenti sul tavolo, oltre alla discussione su come rafforzare e rendere più efficace il coordinamento tra tutti gli alleati, anche quelli che non partecipano ai bombardamenti aerei. E nonostante il portavoce del Consiglio sulla sicurezza nazionale della Casa Bianca dica che la riunione non produrrà “annunci spettacolari” nei prossimi giorni, quasi tutti gli osservatori ed esperti si attendono un imminente cambio di rotta. A partire, probabilmente, da una ulteriore accelerazione dei raid, a cui potrebbe aderire un numero maggiore di alleati. Intanto, una mano arriverà anche dalla Russia: il segretario di Stato Usa John Kerry e il suo omologo russo Serghiei Lavrov hanno concordato a Parigi di intensificare lo scambio di informazioni sull’Isis. (Ugo Caltagirone/Ansa)