Premier fiducioso, crede nella crescita ed esclude il voto

Pubblicato il 27 ottobre 2014 da redazione

ROMA. – Ascoltare tutti, non trattare con nessuno. Il premier Matteo Renzi chiarisce ancora una volta il paradigma del suo governo, un messaggio rivolto ai sindacati e alla minoranza Pd ma soprattutto ai cittadini. Per far capire che fa sul serio. Per questo il premier torna ad escludere le elezioni anticipate “perchè in questo momento, anche se mi converrebbe, voglio cambiare il paese e non il Parlamento”. E mostra ottimismo sulle riforme del governo e sulla possibilità di rimettere in moto l’economia “con una crescita dello 0,6%”. Sono molti i fronti aperti dal governo. E il presidente del consiglio, pur dicendosi disponibile a “confrontarsi nel merito”, non ha intenzione di “farsi fermare da nessuno”. Nè dai diktat dei sindacati, “il governo fa le leggi in Parlamento non con i sindacati”. Nè dall’Europa, dove “ci sono soprattutto tra i funzionari pregiudizi verso l’Italia” ma per ora la linea dura del governo ha pagato. “Credo che il contenzioso con l’Ue – sostiene il premier – sia chiuso. Ci sono pregiudizi ma è anche vero che per tanti anni le riforme erano idee ora sono atti parlamentari approvati in prima lettura”. Renzi è convinto che l’Italia stia riacquistando credibilità all’estero e che il governo abbia anche messo in pista la strategia per combattere la crisi e lo spettro deflazione. Non si sbilancia, come ha fatto il ministro Padoan, a dire che il jobs act creerà fino ad 1 milione di posti di lavoro, “mi fido di Pier Carlo ma dare numeri è un azzardo”. Ma è convinto che le stime del Def sulla crescita saranno rispettate: “Credo che sarà dell’O,6, il punto, però, non e’ quanti decimali ma se tornerà a salire l’occupazione e se torna la fiducia”. Ma a voler frenare il cammino del governo non ci sono solo le parti sociali. Sabato in piazza, oltre a “questioni di merito”, però Renzi ha visto anche un risvolto politico. “C’è una parte che immagina un raggruppamento molto più di sinistra radicale. Ma c’è già qualcosa a sinistra del Pd che alle regionali ha preso il 4,3 mentre il Pd il 40”, sostiene il leader Pd ad avvertire che la partita elettorale ha già un vincitore. Il modello che il segretario dem immagina è all’americana con due grandi partiti, “tra i quali gli elettori possono scegliere anche passando dall’uno all’altro”. Per questo non si augura e ritiene paradossale la scissione del Pd. “Sarebbe il colmo, abbiamo aperto le porte per arrivare al 41%”, spiega negando un partito in crisi proprio alla luce del risultato elettorale e del trionfo di Falcomatà a Reggio Calabria. Ma anche in questo caso la disponibilità al confronto interno per riassorbire il malessere della sinistra arriva fino ad un certo punto. “La politica – spiega – chiede lo sforzo di ascoltarsi ma non credo che nel Pd siano animati da spirito di vendetta. C’è una discussione vera dopodichè per troppi anni la politica si è fatta fermare, bastava che uno si alzasse storto la mattina”.  (di Cristina Ferrulli/ANSA)

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