Cina, l’ autorizzazione al secondo figlio non innesca l’atteso “baby-boom”

Pubblicato il 30 ottobre 2014 da redazione

PECHINO.  – L’atteso baby boom non c’è stato. A un anno dall’allentamento della legge sul figlio unico, su 11 milioni di coppie cinesi che ne avevano il diritto solo 700 mila hanno chiesto l’autorizzazione ad avere il secondo bambino. Di queste, soltanto 620 mila l’hanno ottenuta. Secondo Lu Jiehua, un professore di demografia all’ Università di Pechino interpellato dal quotidiano China Daily, il fenomeno è dovuto “ad un cambiamento nel modo di concepire la riproduzione, in particolare nelle aree urbane”. Quando nel novembre 2013 fu annunciato l’allentamento della legge, gli esperti cinesi sostennero che avrebbe portato ad almeno due milioni di nascite in 12 mesi. Il boom economico degli ultimi 20 anni, la crescita della popolazione urbana, l’abitudine sempre più diffusa tra le giovani donne di cercare realizzazione nel lavoro, hanno portato ad un risultato diverso. In quasi tutte le coppie giovani cinesi che vivono nelle metropoli sia il marito che la moglie lavorano, anche a causa della continua crescita dei prezzi delle abitazioni, e spesso i figli sono affidati ai nonni o agli asili nido, peraltro sempre più costosi. Il professor Lu ha ricordato che sono queste coppie, quelle che appartengono alla classe media urbana, ad essere interessante all’allentamento della legge, che prevede eccezioni per le minoranze etniche e i residenti delle campagne, purchè il primo figlio sia di sesso femminile. Eccezioni a parte, la legge è stata applicata con pugno di ferro. Aborti forzati, minacce e in alcuni casi la tortura sono stati usati dai funzionari locali, chiamati dal governo centrale a rispettare rigidamente le quote di nascite che venivano loro assegnate. Seguendo la struttura piramidale della società cinese, ciascun livello superiore demandava a quello inferiore il compito di applicare le rigide direttive del centro. La responsabilità finiva per ricadere sui “quadri” locali del Partito Comunista, che hanno usato tutti i mezzi per farle rispettare. Fu la denuncia di abusi legati all’imposizione della legge del figlio unico nella sua città natale – Linyi, nella provincia orientale dello Shandong – a portare l’attivista cieco Chen Guangcheng in prigione, nel 2006. In seguito, Chen fu protagonista di una drammatica fuga dagli arresti domiciliari e di una crisi diplomatica internazionale al termine della quale gli fu consentito di partire per gli Usa, dove risiede tuttora. La legge sul figlio unico, forse la più impopolare della Cina, ha portato all’invecchiamento della popolazione e, accoppiata con la tradizionale preferenza per i figli maschi, ad un grave squilibrio tra i sessi. Le autorità la difendono, affermando che è uno dei fattori che ha consentito la crescita economica degli anni scorsi, contenendo entri limiti accettabili la crescita demografica. Secondo il censimento del 2010, la popolazione della Cina è di 1,36 miliardi di persone. Attualmente è il Paese più popoloso del mondo ma si prevede che nel 2050 cederà il primato all’India. (Beniamino Natale/Ansa)

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