Ucraina: scontro Mosca-Occidente dopo il voto dei ribelli

MOSCA. – E’ scontro aperto tra Mosca e Occidente per le controverse elezioni nei territori del sud-est ucraino occupati militarmente dai miliziani filorussi. I separatisti puntano a legittimare il proprio potere e hanno trovato un potente alleato nella Russia, che ha annunciato di riconoscere le elezioni “presidenziali” e “parlamentari” nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk praticamente non appena i seggi si sono chiusi, ignorando i severi moniti giunti da Kiev e dagli occidentali. A tuonare contro la presa di posizione del Cremlino è stata innanzitutto la nuova responsabile della diplomazia dell’Ue, Federica Mogherini, che ha definito le elezioni separatiste “illegali” nonché “nuovo ostacolo” sulla via di una soluzione pacifica del sanguinoso conflitto nel sud-est. E una dura condanna del voto dei ribelli – che non ha riservato sorprese e ha visto il trionfo dei leader filorussi che erano già al potere – è giunta anche dai ministri degli Esteri di Germania e Italia, Frank-Walter Steinmeier e Paolo Gentiloni. Se il capo della diplomazia tedesca ha esortato le autorità russe a rispettare “l’unità dell’Ucraina”, il capo della Farnesina ha precisato che “l’Italia non riconosce l’esito” del controverso voto e che “l’attuazione delle intese di Minsk del 5 e 19 settembre rimane l’unica base negoziale per garantire all’Ucraina e all’intera area la stabilità necessaria”. Gli accordi siglati in Bielorussia a settembre – gli stessi che hanno dato il via alla fragile tregua in teoria in atto ma di fatto sempre più spesso violata – prevedono una larga autonomia per il sud-est ed elezioni locali nell’ottica di un decentramento del potere, ma non l’indipendenza del Donbass da Kiev. E per questo le autorità ucraine hanno accordato ad alcune aree della regione uno ‘status speciale’ per tre anni e hanno fissato le elezioni locali per il 7 dicembre (e non per il 2 novembre). I separatisti del sud-est si dicono però ormai indipendenti dall’Ucraina e sembrano essere appoggiati in questo senso da Mosca, il cui vice ministro degli Esteri Grigori Karasin ha dichiarato che i leader ribelli eletti “hanno autorità sufficiente per stabilire un dialogo ampio e duraturo” con il governo di Kiev, che anzi – secondo il numero due della diplomazia russa – dovrebbe mettere fine all’operazione militare contro i miliziani che lo stesso Cremlino è accusato di rifornire di armi e uomini. Ucraina e Russia sono insomma ormai ai ferri corti: e adesso il Consiglio di sicurezza nazionale di Kiev è tornato a puntare il dito contro Mosca denunciando che “la presenza di truppe russe non è più neanche nascosta” e che “continua l’intenso spostamento di mezzi militari e truppe dal territorio russo” nel sud-est controllato dai separatisti, dove nel conflitto scoppiato ad aprile hanno perso la vita più di 4.000 persone. Intanto i filorussi hanno eletto i loro “presidenti”. Il perito elettrotecnico Aleksandr Zakharcenko, 38 anni, ha stravinto a Donetsk raccogliendo il 77,51% dei voti, mentre Lugansk ha visto trionfare l’ex militare e nostalgico dell’Urss Igor Plotnitski, di 50 anni, che ha avuto il 63% delle preferenze. Si tratta, non a caso, dei leader ribelli che erano già a capo delle due repubbliche separatiste: anche perché sembra che le commissioni elettorali abbiano di fatto precluso la candidatura a personaggi (sempre filorussi) che avrebbero potuto in teoria fare concorrenza ai “comandanti in capo”. Che hanno vinto anche nelle elezioni “parlamentari” con i loro partiti ‘Repubblica di Donetsk’ e ‘Pace alla regione di Lugansk’. (Giuseppe Agliastro/Ansa)