Prove di dialogo Obama-Congresso. Compromesso sulle principali questioni

Pubblicato il 06 novembre 2014 da redazione

NEW YORK. – All’indomani del trionfo dei repubblicani nelle elezioni di metà mandato, qualcuno già parla di “Patto del Bourbon”. Il riferimento è alle parole di Barack Obama, che si è detto disponibile a ragionare con il nuovo leader del Senato, Mitch McConnell, attorno a una bottiglia del famoso whiskey del Kentucky. Ad avviare le prove di dialogo tra il presidente e il nuovo Congresso un incontro alla Casa Bianca con i responsabili repubblicani e democratici di Camera e Senato, per sondare le disponibilità a trattare. E capire quali possibilità ci sono di raggiungere un compromesso sulle principali questioni. Quelle su cui da tempo gli americani attendono una risposta, ma che tuttora restano irrisolte: dall’immigrazione alla riforma fiscale, dal salario minimo alla stretta sui mercati finanziari. Una via del dialogo stretta, comunque. Anche perché c’é solo un anno di tempo per raggiungere dei risultati, prima che nel 2016 parta la campagna elettorale per le presidenziali.

IMMIGRAZIONE: è il tema più spinoso sul tavolo. Probabile che sia il vero terreno di scontro tra Casa Bianca e Congresso nei prossimi due anni. Obama ha detto che andrà avanti unilateralmente con un decreto entro fine anno. Per McConnell sarebbe “un errore grave, come mettere un drappo rosso davanti a un toro”. Ma alla fine i repubblicani potrebbero scendere a un compromesso se nel 2016 non vorranno ancora una volta perdere i voti del sempre più determinante elettorato ispanico.

ENERGIA: altro ostacolo al dialogo il probabile via libera del nuovo Congresso al mega-progetto dell’oleodotto Keystone XL tra il Canada e gli Usa. Potrebbe essere il primo atto della nuova legislatura. Finora bloccata da Obama (che punta più su altre fonti di energia), la grande opera rappresenta una priorità assoluta nell’agenda dei repubblicani, che insistono anche sulla chance di creare tantissimi posti di lavoro.

SALARIO MINIMO: finora la proposta di Obama di alzarlo a 10,10 dollari l’ora è stata rigettata. Ma adesso che cresce il numero degli Stati (anche quelli in cui ha vinto la destra) che dicono sì all’aumento delle paghe (vedi gli ultimi referendum) i repubblicani potrebbero aprire a un compromesso. Anche per non rischiare che la questione diventi un boomerang per il 2016.

TASSE: finora è stato uno dei principali campi di battaglia, insieme a quella sul debito. Difficile che si arrivi a una riforma fiscale complessiva. Probabile, invece, che si raggiunga un accordo che preveda per alcuni anni di destinare una parte delle nuove entrate ad investimenti per le grandi opere. E sul debito McConnell si è già impegnato ad evitare nuovi rischi di default e nuovi ‘shutdown’ governativi.

COMMERCIO: è uno dei punti di possibile incontro. Obiettivo degli accordi di libero scambio che si stanno negoziando con i Paesi al di là del Pacifico e con l’Unione europea è quello di aumentare le esportazioni. Bisogna superare, in entrambe i partiti, le resistenze dei molti che temono per il ‘Made in Usa’, soprattutto per le sorti dell’industria automobilistica di Detroit.

SANITÀ: la battaglia della destra per l’abolizione dell’Obamacare, l’unica rivoluzionaria riforma realizzata da Obama, da tempo è sparita dal radar. Se infatti i leader repubblicani al Congresso ribadiscono l’impegno ad abrogarla per tenere a bada i Tea Pary e l’ala più conservatrice, l’establishment del partito in realtà frena, e starebbe valutando solo eventuali aggiustamenti. Anche perché il presidente ha già minacciato il veto. E i sondaggi indicano come gli americani comincino ad apprezzare il nuovo sistema.

WALL STREET: gli sforzi di completare la riforma con la vittoria dei repubblicani potrebbero rallentare e la nuova regolamentazione essere meno severa. Ma in vista delle presidenziali del 2016 i repubblicani non possono ignorare come la rabbia dei cittadini contro le banche, dopo la grande crisi, non si sia ancora placata. Vedi Occupy Wall Street.

ISIS: Obama, che finora si era appellato all’autorità del presidente nel decidere l’uso della forza, dovrebbe chiedere e ottenere dal Congresso una nuova specifica autorizzazione per la campagna militare contro i jihadisti in Iraq e in Siria. Questa dovrebbe rimpiazzare quella concessa all’indomani dell’11 settembre 2001, riflettendo la nuova lotta al terrorismo.

STRETTA ALLE ARMI: le proposte di Obama di vietare la vendita di armi da guerra e di maggiori controlli su chi acquista armi da fuoco sono probabilmente destinate a rimanere nel cassetto, ora che con la vittoria della destra la lobby della Nra ha molti più alleati in Congresso. (Ugo Caltagirone/Ansa)

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