Passa la riforma del lavoro senza la fiducia, ma il Pd si spacca

ROMA. – Non è servita la fiducia per il via libera della Camera al Jobs Act. La delega sul lavoro è infatti stata approvata con la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea (316 i sì), anche se Renzi deve fare i conti con un Pd spaccato e con la minoranza che esce allo scoperto: 30 firme sotto un documento contro il ddl. Il governo, tuttavia, ha vinto per ora la sua battaglia e il provvedimento torna in seconda lettura al Senato con l’obiettivo dell’approvazione definitiva entro i primi di dicembre per mettere a punto almeno i principali decreti delegati entro fine anno. ”Grazie ai deputati che hanno approvato il JobsAct senza voto di fiducia – ha scritto su twitter il premier, Matteo Renzi – adesso avanti sulle riforme. Questa è #lavoltabuona”. ”Più tutele, solidarietà e lavoro”, ha sottolineato sempre via twitter il Gruppo Pd alla Camera, valutazione ritwittata dal premier. Le opposizioni hanno abbandonato l’Aula prima del voto e con loro hanno rinunciato a votare 33 deputati della sinistra del Pd (i non votanti sono stati 40 ma tra loro c’erano 7 assenti giustificati), due hanno detto no e due si sono astenuti, perchè non hanno considerato soddisfacenti le modifiche al testo arrivato dal Senato. Quindi in tanti non hanno raccolto l’appello del presidente del partito Matteo Orfini: ”Faccio un ultimo appello all’unità del Pd”. ”Le parole di Renzi – ha detto Stefano Fassina – non aiutano la pace sociale. Alimenta le tensioni sovversive e corporative”. Butta invece acqua sul fuoco il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, soddisfatto per il successo alla Camera: l’atteggiamento della minoranza Pd sul Jobs act – ha detto – ”era in qualche misura prevedibile. C’è una discussione che va avanti da tempo e posizioni notoriamente diverse. Tuttavia anche chi non ha espresso voto favorevole alla fine ha apprezzato i miglioramenti”. Con questo testo – ha aggiunto – ”le norme italiane si allineano con quelle europee: saranno più semplici e chiare e consentiranno alle imprese di fare investimenti e di assumere sapendo quale è il quadro di riferimento”. Sel sottolinea che i voti a favore del Jobs Act sono stati 316 ”ad un voto dalla sfiducia. Si tratta – dice Giorgio Airaudo – il governo Renzi non può pensare di governare con la forza dei numeri e senza ascoltare il Paese”. ”Col voto finale sul Jobs Act – denuncia il Movimento5stelle – Matteo Renzi condanna a morte i lavoratori italiani”. I parlamentari 5 Stelle si sono presentati in conferenza stampa bendati, con gli occhi coperti da una striscia di stoffa che riporta la scritta: ‘LicenziAct’. ”Abbandonare l’aula, per parte nostra – sottolinea la minoranza Pd dell’Area riformista – avrebbe significato misconoscere i risultati che abbiamo ottenuto, far mancare il numero legale, impedire l’approvazione del provvedimento e costringere il governo a trarre immediatamente le dovute conseguenze”. Alle prese con lo scontro interno sul Patto del Nazareno, anche Fi vede una maggioranza ”in stato confusionale” e sceglie la strada del non voto con Lega e opposizioni di sinistra per far scivolare il governo sotto la soglia della maggioranza assoluta. Ma non succede e il capogruppo dei senatori di Ncd Maurizio Sacconi può esultare: ”Riforma è fatta – dice – grazie all’incontro dei riformisti di destra e di sinistra. Vi si oppongono gli estremisti di destra e di sinistra. Ne sono pienamente soddisfatto e il mio primo pensiero si rivolge a colui che per primo ha ispirato la coniugazione di flessibilità e sicurezza pagando con la vita il suo generoso servizio al bene comune. Ora possiamo procedere ad una rapida conferma del Senato”. Già domani il provvedimento dovrebbe tornare a Palazzo Madama mentre l’obiettivo è l’esame in Aula già la settimana prossima per l’approvazione definitiva. Intanto, sempre per domani è previsto un incontro della commissione Lavoro con il ministro Poletti e con il responsabile lavoro del Pd Filippo Taddei sui decreti attuativi. Si punta a cominciare da quelli che riguardano gli ammortizzatori sociali e il riordino delle forme contrattuali con il contratto a tutele crescenti in modo che la nuova modalità di assunzione sia operativa quando scatteranno gli sgravi fiscali previsti per il 2015 dal ddl di stabilità per le nuove assunzioni. (di Alessia Tagliacozzo/ANSA)

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