Nuova notte di rabbia a Ferguson, proteste in tutta America

Reaction to grand jury decision on the Michael Brown shooting

WASHINGTON. – Non si placa l’ondata di proteste e rabbia in tutti gli Stati Uniti per la decisione del Gran giurì di non incriminare l’agente Darren Wilson, il poliziotto che ad agosto uccise il 18enne nero Michael Brown a Ferguson. Nella cittadina del Missouri, alle porte di St. Louis, almeno 44 persone sono state arrestate per atti di vandalismo nella seconda nottata di disordini. Ma le manifestazioni sono state meno violente rispetto a 24 ore prima, anche per la massiccia presenza della Guardia Nazionale, passata da 700 a 2.200 uomini su richiesta del governatore Jay Nixon. Alcuni manifestanti hanno spaccato le vetrine del comune e lanciato pietre, bottiglie piene di urina e molotov contro i poliziotti, che hanno risposto con i lacrimogeni. Danneggiata anche un’auto della polizia. “Non si sono ripetute comunque le scene di saccheggio, incendi e sparatorie della sera prima”, ha confermato il capo della polizia di St. Louis, Jon Belmar, durante una conferenza stampa. “E stata una notte tutto sommato migliore”, ha aggiunto. La tensione rimane comunque alta e l’ondata di proteste si è allargata ad almeno 170 città americane, con centinaia di arresti, 83 solo a Los Angeles. Da New York a Chicago, da Boston a Washington, i manifestanti sono scesi in strada a migliaia. Alcuni dimostranti hanno bloccato ponti, tunnel e le principali autostrade, ma i cortei si sono svolti complessivamente in maniera pacifica. Sulle proteste è intervenuto nuovamente anche il presidente Usa Barack Obama. Da Chicago ha condannato le violenze affermando che “dare fuoco ad edifici, bruciare auto, distruggere proprietà” sono reati che devono essere perseguiti. Tuttavia, ha poi sottolineato, “le frustrazioni che abbiamo visto non sono solo per un particolare incidente, hanno radici profonde in molte comunità”. Intanto, l’agente Wilson ha rotto il silenzio e nella prima intervista tv da quel maledetto 9 agosto ha ribadito quanto detto al Gran giurì: avrebbe sparato per legittime difesa. “Mi dispiace molto per la perdita di una vita, ma ho fatto semplicemente il mio lavoro. Non è stata un’esecuzione e ho la coscienza pulita”. Con tono freddo e controllato, quasi senza emozioni, il poliziotto ha descritto la dinamica di quanto accaduto quel giorno e che il teenager avrebbe afferrato la sua pistola mentre l’agente era ancora dentro l’auto. “Sembrava Hulk per quanta forza aveva”, ha ribadito. A quel punto, temendo per la vita, “ho dovuto sparargli. Mi dispiace, ma non avrei fatto nulla di diverso, neanche se fosse stato un bianco”. Contro la tesi della legittima difesa si è scagliata la madre di Mike Brown, denunciando una mancanza di rispetto nei confronti del figlio. “Non credo a una sola parola di quanto detto dall’agente. Mio figlio non ha mai fatto una cosa del genere, non è mai stato aggressivo con nessuno. Quanto detto da Wilson è stata una mancanza di rispetto”, ha detto Lesley McSpadden. “Mio figlio rispettava la polizia. Quanto detto è assolutamente folle”, ha protestato il papà di Mike, Michael senior. La famiglia non esclude di intentare una causa civile contro il poliziotto. (di Gaetana D’Amico/ANSA)

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