Siria: così si uccidono i giornalisti scomodi

Pubblicato il 04 dicembre 2014 da redazione

yasser

GAZIANTEP (SUD DELLA TURCHIA). – Colpito a morte nel nord della Siria da sicari col volto coperto in un agguato che ricorda quello teso a Ilaria Alpi, la giornalista uccisa nel 1994 in Somalia: è la sorte toccata esattamente un anno fa a un fotoreporter iracheno, Yasser Jumayli, che aveva documentato nel dettaglio la vita quotidiana di miliziani, anche quelli jihadisti, impegnati nella guerra in corso da oltre tre anni nel Paese. I membri del commando hanno risparmiato la vita all’autista e all’interprete siriani di Jumayli, investito da una ventina di colpi di arma da fuoco il 4 dicembre 2013 nella regione di Aleppo confinante con la Turchia. A pochi chilometri da quello stesso confine, l’Ansa ha incontrato l’interprete, Jumaa al Qassem, che per due settimane aveva accompagnato il fotoreporter nel suo lungo tour tra Aleppo, Idlib, Latakia e Hama. Yasser Jumayli – al quale al Jazira ha dedicato un documentario che sarà trasmesso a breve – aveva 33 anni ed era padre di tre figli. Originario di Fallujah, nel centro dell’Iraq, Jumayli abitava in una casa che oggi è in mano allo Stato islamico. La sua famiglia è stata costretta a scappare verso il Kurdistan iracheno. “E’ stato un omicidio mirato. Sapevano chi dovevano colpire e quando. Non posso dire con certezza perché lo abbiano ucciso, ma forse pensavano che avesse visto troppo”, racconta Qassem, già fixer di James Foley, giornalista americano ucciso lo scorso agosto dallo Stato islamico. “Avevamo finito il lavoro e stavamo uscendo dal Paese. L’auto della nostra scorta era andata più avanti. La strada era piena di buche e la nostra vettura andava più lenta”, ricorda Qassem, stabilitosi a Gaziantep, città nel settore centrale della striscia frontaliera tra Turchia e Siria. “A quel punto, due auto ci hanno affiancato e ci hanno bloccato”, prosegue: “Sono scesi due uomini armati, col volto coperto. Si sono diretti in silenzio verso Yasser, seduto sul sedile posteriore. Il primo sicario gli ha sparato due colpi in testa. Il secondo ha aperto la portiera e lo ha finito con una raffica di mitragliatrice”. Ilaria Alpi di Rai3 e il suo operatore Milan Hrovatin sono stati uccisi nel marzo di vent’anni fa nei pressi di Mogadiscio da colpi di kalashnikov diretti esclusivamente verso di loro. Anche in quel caso, l’autista e la guardia del corpo sono rimasti indenni. Qassem e l’autista sono stati portati in auto oltre una collina lontana un chilometro dal luogo dell’agguato. “Ci hanno fatto scendere dall’auto e sono andati via. Non ci hanno fatto nulla”, afferma. “Quando siamo tornati, il corpo di Yasser era a terra e con sé non aveva più nulla. Gli assassini gli avevano portato via ogni cosa che aveva indosso”. Per 13 giorni Jumayli e Qassem avevano raccontato la vita quotidiana di insorti anti-regime, di miliziani islamisti e jihadisti, tra cui alcune cellule dello Stato islamico. Parte del lavoro fotografico di Jumayli si è salvata perché ogni sera il reporter svuotava l’hard-disk e spediva le immagini via Internet. Solo di recente Qassem è riuscito però a far emergere dei documenti inediti di Jumayli contenuti nel suo cellulare, miracolosamente rimasto al sicuro in Siria. “Qualche giorno prima di morire Yasser aveva perso il telefono. Giorni dopo l’assassinio, mi hanno chiamato degli insorti che avevano ritrovato il cellulare. La memoria conteneva un diario giorno per giorno con dettagli del suo lavoro. Ma queste informazioni non danno risposte certe sul perché sia stato ucciso”. (Lorenzo Trombetta/Ansa)

 

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