Padoan difende le riforme dell’Italia. Schaeuble, non lo invidio

Pubblicato il 05 dicembre 2014 da redazione

Vertice BCE cena di gala

FRANCOFORTE. – Una difesa dell’Italia nella tana del lupo, fra imprenditori e finanzieri tedeschi riuniti a Francoforte che hanno bene in mente il tallone d’Achille della Penisola, il debito pubblico. E’ la missione a Francoforte del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che incassa la ‘solidarietà’ un po’ ironica del collega tedesco Wolfgang Schaeuble sulle riforme (“la direzione è quella giusta, ma non vorrei essere al suo posto”). E che ha sullo sfondo l’aiuto in arrivo dalla Bce, con timidi segnali d’apertura tedesca e il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che lancia l’allarme di un “rischio gravissimo” di deflazione per Paesi ad alto debito come l’Italia. Forte del Jobs Act approvato e dell’accento messo sulla crescita durante il semestre a presidenza italiana della Ue, Padoan è nella City tedesca per una serie di incontri: ieri, imprenditori per un tavolo privato. Oggi, un convegno organizzato dalla Welt. E’ l’occasione per portare avanti la campagna di rivalutazione dell’economia dello Stivale, quella che al grande pubblico è stata presentata con la formula ‘Pride and Prejudice’ per mettere l’accento sui punti virtuosi dell’economia italiana. Sullo stesso tema argomenta poi in serata al convegno che si tiene a Roma per ricordare l’economista Federico Caffè: ”Il debito italiano non continua a salire e se sale non è colpa dell’Italia. Se ci fosse un’inflazione in equilibrio all’1,8%, una crescita reale dell’1% e una crescita nominale di circa il 3%, il debito pubblico sarebbe in un sentiero di discesa rapidissimo”. Già in mattinata l’indice era stato puntato sul debito italiano. Riunita nella PaulsKirche accerchiata dai mercatini di Natale, la platea tedesca plaude facilmente quando il direttore della Welt Josef Joffe, moderando il panel dei due ministri, attacca “quanto debito deve accumulare ancora l’Italia prima di tornare a crescere dopo questa recessione?”. Piccato, Padoan ribatte punto per punto. Il debito italiano, è vero, appare enorme, ma “è sostenibile” e lo si vede “dal surplus primario che solo Germania e Italia (salvo che nel 2009) hanno mantenuto positivo”. E’ il risultato di bassa crescita e forte stock di passivo accumulato negli anni, ma comincerà a scendere “dal 2016”, puntualizza il ministro italiano. La strategia ruota attorno alla crescita per la quale “non ci sono né scorciatoie né bacchette magiche”: ci vogliono le riforme strutturali “che il governo sta realizzando”, un rilancio della domanda, che passa anche per una legge di stabilità “più favorevole alla crescita”. E c’è il capitolo delle dismissioni. Ma c’è anche “l’Europa che non sta andando bene, dobbiamo rimetterla in condizione di produrre crescita, benessere, occupazione”. Chiamato in causa direttamente (cita la “fazione di Paul Krugman”, il Nobel americano che imputa alla Germania l’aver soffocato i partner con troppa austerity e pochi investimenti), Schaeuble rivendica investimenti superiori alla media dell’Eurozona e anche agli Usa, mette in guardia dal creare bolle attraverso troppa espansione monetaria o di bilancio, ma viene incontro al collega italiano: “ho molto rispetto per quello che l’Italia ha fatto”. Uno scambio che avviene all’indomani della ulteriore spinta verso il quantitative easing da parte della Bce nonostante il voto contrario della Bundesbank di Jens Weidmann che, intervenuto pochi minuti dopo sullo stesso palco, non fa aperta opposizione a Draghi e anzi spiega che la Bce ha ancora frecce al suo arco. Il ‘quantitative easing’ che Draghi potrebbe mettere ai voti già il 22 gennaio, insomma, si fa spazio nel dibattito politico: Padoan lo definisce giusto, pur prendendone le distanze, Schaeuble dice che la Bce potrà tirare dritto anche con l’opposizione della Germania e di altri Paesi. E Visco, da Roma, affronta il nodo, spinosissimo, degli acquisti di titoli di Stato quasi da diplomatico: “I trattati europei danno alla Bce un mandato molto chiaro: conseguire la stabilità dei prezzi. Il problema è che, quando si acquistano titoli pubblici sul secondario si può mettere in discussione il divieto di non finanziare monetariamente gli Stati”. E dunque, prosegue, “è un conflitto di cui bisogna discutere apertamente. Ci sono diverse considerazioni possibili prima di esprimere un giudizio sull’ortodossia, sulla non cooperazione, sulla ristrettezza mentale di alcuni o sulle interpretazioni poco rigorose di altri”.  (dell’inviato Domenico Conti/ANSA)

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