Alta tensione tra Usa e Iran, incriminato il corrispondente del Washington Post

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NEW YORK.- Sale la tensione sull’asse Washington-Teheran: Jason Rezaian, corrispondente del Washington Post arrestato e incarcerato nella capitale iraniana quattro mesi fa, è stato incriminato dalla magistratura che ha respinto la richiesta di liberazione dietro cauzione. Ad aggravare la situazione il fatto che non si conoscano le accuse mosse al giornalista. Un brutto colpo per il segretario di Stato americano, John Kerry, che durante i negoziati sul nucleare iraniano aveva più volte sollecitato le autorità di Teheran a risolvere i casi di Rezaian e degli altri cittadini americani detenuti in Iran. Mettendo sul piatto il fatto che un gesto di buona volontà in questa direzione avrebbe facilitato l’allentamento delle sanzioni della comunità internazionale verso Teheran. Ma le notizie che arrivano dalla capitale iraniana vanno in tutt’altra direzione. Rezaian – 38 anni, con doppia cittadinanza americana e iraniana, e dal 2012 capo dell’ufficio di corrispondenza del Washington Post a Teheran – è stato portato davanti a una corte. E dopo 10 ore, assistito solo da un traduttore in lingua farsi, sarebbe stato costretto a firmare per il suo rinvio a giudizio. “E’ stato incriminato con accuse non precisate senza che gli sia stato permesso di contattare il proprio avvocato”, ha tuonato Kerry, sottolineando come gli Stati Uniti siano “profondamente delusi e preoccupati” per un atteggiamento che frustra le speranze che l’amministrazione Obama ripone nella nuova leadership iraniana, rappresentata dal presidente Hassan Rohani. Rezaian era stato arrestato lo scorso luglio con la moglie iraniana, Yeganeh Salehi. Quest’ultima però è stata rilasciata in ottobre dietro il pagamento di una cauzione. Una soluzione che per il corrispondente del Post non è stata presa in considerazione. Questo – ha aggiunto Kerry – nonostante “Jason non costituisca alcuna minaccia per il governo iraniano o per la sicurezza nazionale di quel Paese”. Quindi il nuovo appello alle autorità di Teheran perché il giornalista sia liberato immediatamente e gli sia permesso di riunirsi alla famiglia. Famiglia preoccupatissima per le condizioni di Jason, che secondo alcune notizie viene definito “sotto pressione fisica e psicologica” e senza “appropriata assistenza medica”. Il Washington Post intanto riferisce di opinioni differenti in Iran sul caso Rezaian. Da una parte il Consiglio per i diritti umani iraniano che parla di “un fiasco che si risolverà presto nel migliore dei modi”, con l’ala più liberale del regime che esprime timori per l’effetto boomerang che casi come quello di Rezaian possono avere. Dall’altra la parte più conservatrice delle forze al potere, che intende continuare a fare pressioni sull’occidente sfruttando anche questi casi. Non c’è solo Rezaian, infatti. Kerry negli ultimi mesi ha ripetutamente sollevato il caso di Jason ma anche quello di altri cittadini statunitensi imprigionati in Iran, come Amir Hekmati e Saeed Abedini, oppure scomparsi in Iran, come Robert Levinson. (di Ugo Caltagirone/ANSA)

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