Riforme, il Governo battuto in commissione alla Camera

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ROMA. – E’ più o meno l’ora di pranzo quando il sottile equilibrio interno nei due partiti contraenti del Patto del Nazareno, Pd e FI, si spezza per la prima volta nella discussione delle riforme alla Camera. Il nodo è quello dei 5 senatori di nomina presidenziale, il voto in commissione Affari Costituzionali premia, con il decisivo aiuto del ‘frondista’ FI Maurizio Bianconi e nonostante il parere contrario del governo, la minoranza Dem, che presenta con Sel un emendamento per la soppressione dei 5 membri. In commissione, nel Pd e in FI torna quella tensione che già aveva segnato ‘l’agosto’ delle riforme a Palazzo Madama. E in serata è il premier Matteo Renzi a tornare a blindare il percorso prestabilito: “pensano di intimidirci, ma andiamo avanti”. Il dato politico, tuttavia, parla di una minoranza Pd che, quasi all’improvviso, ritrova compattezza su due emendamenti uguali, presentati da Giuseppe Lauricella e da Sel e che sopprimono la presenza dei 5 senatori ‘presidenziali’ previsti dall’art.2 del ddl. I voti favorevoli sono 22, i contrari venti e, sebbene anche il presidente della commissione, Francesco Paolo Sisto (FI), dia il suo ‘no’, il governo viene battuto. Tra i favorevoli, oltre a Lega, M5S e Sel, figurano i voti degli esponenti di tutte le minoranze Dem, da Cuperlo a Lattuca, da Bindi a D’Attorre, più quelli di Meloni e Naccarato. Assente, al momento della votazione l’ex lettiano Francesco Sanna, astenuto Andrea Giorgis. E decisivo risulta alla fine il voto di Bianconi che prima attacca il Patto del Nazareno, “morte della democrazia” in Italia e poi si fa portavoce della “volontà di 17 suoi colleghi”. Di fatto, tutta la ‘fronda’ fittiana. Parole che rimettono, in pratica, sul piatto del premier-rottamatore tutti i nodi ancora irrisolti che rischiano di frenare, in Parlamento, il treno delle riforme. Nodi che, sottolinea una fonte della minoranza Dem, derivano anche dall’atteggiamento del governo al quale gli esponenti della sinistra Pd aveva “fatto sapere” con “largo anticipo” la loro posizione sul punto dei senatori a vita, accantonato peraltro nei giorni scorsi. Ma, si sottolinea, ancora, alla fine si è voluti arrivare al voto, e la minoranza ha messo in pratica il suo parere, dando anche un “segnale” sul fatto che, su certi punti “non centrali” della riforma, il confronto non si possa eludere. Ma c’è un altro fronte sul quale la minoranza Pd oggi invia un ‘messaggio’ non di poco conto a Renzi, presentando in commissione Affari Costituzionali al Senato emendamenti all’Italicum forti di “30 firme” contro i capilista bloccati e per una norma di salvaguardia che leghi l’entrata in vigore della nuova legge elettorale con quella delle riforme. Dopo giorni di sospensione, il clima sembra surriscaldarsi in vista del rush finale. E se la minoranza non abdica, il governo non ammette certo rallentamenti. “Nessun timore, il dato politico è in Aula”, sottolinea il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi laddove il premier, in serata, rincara, scagliandosi contro “giochetti parlamentari” e ribadendo: “Avanti, c’è un Paese da cambiare”. Parole a cui fa da contorno l’ira dell’intera ala renziana con Roberto Giachetti che senza mezzi termini chiede “elezioni subito”. E in questa direzione sembrerebbe andare un subemendamento presentato dalla maggioranza Pd al Senato che prevede il ritorno al Mattarellum come clausola di salvaguardia in caso di urne anticipate e in attesa che, nel 2016, entri in vigore l’Italicum. Un nodo sul quale la commissione del Senato, alla quale oggi sono arrivati una ventina di emendamenti del Pd e ben 10.500 della Lega, lavorerà nei prossimi giorni. E con il clima di oggi, la partita sembra apertissima. (di Michele Esposito/ANSA)