Italicum e Colle, destini incrociati a dieci giorni dal voto

L.elettorale: Renzi, lettura Senato quella definitiva ++

ROMA. – Che c’entra la legge elettorale con la corsa al Quirinale? Tutto. Se l’Italicum fosse affossato dalle minoranze del Pd e il Patto del Nazareno platealmente ripudiato anche da Fi, l’architrave riformista del governo e della legislatura crollerebbe a dieci giorni soltanto dalla scelta di un nuovo Presidente. A Palazzo Madama, con il voto sulla legge elettorale rinviato a domani, va in scena in queste ore la prova generale di quello che accadrà sul Colle. Una cartina di tornasole. Ecco perchè non solo è da verificare che l’accordo sull’Italicum tenga, ma diventa particolarmente importante anche capire con quali numeri, con quanta compattezza nei gruppi, con che accordi per ridurre le pretese delle minoranze. Matteo Renzi incontra i senatori Pd e dice chiaro:”Non ci sono spazi per soluzioni alternative”. Magari qualche ora ancora per discutere sì, ma niente che muti l’impianto essenziale della legge elettorale. “Hic Rodhus, hic salta”, altrimenti c’è il Consultellum. E quindi il voto, dietro l’angolo. Al premier riferiscono di riunioni tra le minoranze, di colloqui riservati tra ‘capibastone’, di movimenti talvolta appositamente alla luce del sole (come la presenza di alcuni bersaniani alla riunione dei dalemiani alla Fondazione Italianieuropei). “La minoranza non è un partito nel partito”, è l’avvertimento che vale l’Italicum ma anche per i Colle. Domani alle 12 si vota sulla legge elettorale, perchè il Pd e’ un partito e non un caravanserraglio. E il premier-segretario ancora una volta lo chiama allo stress-test della compattezza, come ha fatto in altre battaglie cruciali e torna a fare in questa, “delicatissima”, che intreccia Italicum a Quirinale. Ma la risposta delle minoranze è lapidaria: “senza modifiche non votiamo”. “Io cerco accordi con tutti fino all’ultimo ma non sono sotto ricatto di nessuno”, avverte Renzi. Parole che tornano buone in vista della scelta del nuovo inquilino del Colle. E che valgono tanto per i Dem, quanto per Berlusconi ed Alfano, in queste ore in contatto per armare un fronte comune Fi-Area Popolare, con 250 grandi elettori azzurri pronti a convergere su un nome “non di sinistra”. Mentre Renzi tenta di mettere in riga i suoi, l’ex Cav chiama il suo capogruppo ribelle Brunetta per ricucire la rottura dei giorni scorsi (come già aveva fatto con Fitto). Al grande gioco del Quirinale conta presentarsi con gruppi compatti come falangi macedoni. Cosa che al momento non si può dire nè per il Pd di Renzi, nè per Berlusconi e la sua Forza Italia. (di Milena Di Mauro/ANSA)

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