L’Unione Europea appesa ad un filo, decisive le prossime settimane

Merkel chiama Draghi, chiede lumi su cambio politiche

Il 2015, a livello mondiale, da molti esperti, è stato definito l’anno della svolta. Una svolta positiva, si intende. Economisti, storici, politici, tutti insieme sono convinti, che sì, quest’anno è quello buono, e l’Europa, soprattutto l’Italia, dovrebbe uscire finalmente dalla crisi.

E le parole di Renzi alla presentazione dell’Expo offrono ulteriore credito a tale teoria : “2015? Anno felix”.

Per esaminare bene il presente, è doveroso fare un salto indietro nel passato; un passato non remoto. Non è la prima volta che agli inizi di un nuovo anno si annuncia la ripresa, ed i risultati reali sono sempre stati fallimentari. Ma, il 2014 ha lasciato il segno, ed alcuni eventi particolari hanno creato le basi per uno straordinario 2015.

Nell’ultimo trimestre 2014 l’attenzione si è concentrata su tre eventi chiave: il crollo del prezzo del petrolio, il rafforzamento del dollaro sull’euro e i primi segnali di apertura da parte della Bce per il lancio del Quantitave Easing.

Il crollo del petrolio ha giovato, e non poco, all’economia del Vecchio Continente. La caduta dei prezzi di carburanti ed energia ha fatto ritrovare nelle tasche degli italiani soldi in più da poter spendere. Chiuso il 2014 con questo inatteso regalo di Natale, il 2015 è iniziato con la consapevolezza che il solo calo del petrolio non bastava per far ripartire l’economia europea. Il board della Bce ne era consapevole e così, dopo una estenuante lotta (durata circa un anno) con i vertici della Bundesbank (contrari alle misure eccezionali della Bce) l’Eurotower lancia il tanto atteso Quantitative Easing.

Mercati euforici, Premier dell’intero Vecchio Continente soddisfatti (eccetto la Merkel, che giustamente, insieme a Mario Draghi, chiede le riforme strutturali) i Ministri dell’Economia ottimisti. Ed ha ben ragione. Infatti, i dati parlano chiaro: le nuove misure adottate dalla Bce e il crollo definitivo dell’euro che tocca il record storico di 1,1 sul dollaro portano benefici immediati all’economia reale e le stime sul Pil dell’Eurozona vengono riviste al rialzo. Per l’Italia, un +0,6% che potrebbe essere ulteriormente rivisto a +1,4% con l’attuazione del Jobs Act.

In realtà c’è il rischio che l’entusiasmo possa essere smorzato repentinamente. L’Europa, in realtà, si ritrova in una morsa, un triangolo quasi perfetto che parte da Kiev, passa per Atene, scende giù in Siria e trova il suo perfetto apice a Parigi, nell’attentato a Charlie Hebdo.

Gli ostacoli, hanno tre nomi ben precisi: Isis, Ucraina e Grecia. E se, davvero, si vuole una seria e duratura crescita economica vanno affrontati e risolti in fretta, senza sottovalutare nessuna delle tre componenti.

 

ISIS, la questione  dello Stato Islamico

La questione dello Stato Islamico non è solo religiosa, ma soprattutto sociale.

L’attentato di Parigi ha riportato in auge gli spettri degli attentati di Londra e Madrid, quando imperversava il terrore di Al Qaeda. La matrice è la stessa: estremismo islamico e terrorismo. L’errore è stato adagiarsi sul declino di Al-Qaeda. È una sfida difficile per l’Europa: in un mondo così aperto e globalizzato è complicato tracciare tutti i flussi migratori. Ma soprattutto è difficile capire gli adepti europei che decidono di abbracciare la causa islamica. Ne vale l’ordine sociale, la sicurezza dei cittadini dell’Unione. E per risolvere il problema, è chiaro, non bastano i bombardamenti giordani. Per l’ex Ambasciatore britannico in Arabia Saudita, John Jenkins, la crescita dell’ISIS in Medio Oriente è la minaccia «più grave per i Paesi della regione dagli Anni ’60 e forse dalla fine della Seconda guerra mondiale, una minaccia alla quale l’Europa non è immune».

Ma, paradossalmente, per l’Europa la questione Isis non è in primo piano. La guerra in Ucraina e la questione-Grecia hanno  priorità assoluta: è in gioco la mappa geo-politica ed economica dell’Europa.

Grecia ed Ucraina non sono questioni nuove per l’Eurozona, ma la vittoria di Syriza e la volontà degli Stati Uniti di armare Kiev hanno stravolto l’agenda economica e politica dei leader europei.

Il contesto è peggiorato notevolmente rispetto allo scorso anno e non a caso la Merkel e Hollande sono volati a Mosca per aprire i trattati di pace tra l’Ucraina e la Russia.

L’Europa si trova di fronte a due trattative importanti ma pericolose: quella tra la Russia, la Germania e la Francia sull’Ucraina, l’altra tra la Grecia e la Germania sul futuro dell’euro. Quale ha maggiori probabilità di successo?

Beh, è difficile dirlo. Ma le due trattative condividono una caratteristica comune che può offrire un indizio: in entrambi i casi le parti opposte nei negoziati hanno iniziato con analisi completamente diverse del problema su cui stanno negoziando. Quando si affronta un problema in modo opposto è molto difficile concordare una soluzione.

 

UCRAINA, venti di guerra

La Russia di Vladimir Putin vede nell’Ucraina un Paese che storicamente e culturalmente è stato a lungo parte dell’Unione Sovietica, e nella ribellione che sta sostenendo nell’Est uno sforzo legittimo per mantenere l’Ucraina e la Russia l’una vicina all’altra. La tedesca Angela Merkel e il francese François Hollande, così come la maggior parte dei loro colleghi dell’Unione europea, vedono invece un Paese sovrano che viene minacciato dal suo potente vicino di casa, dopo il precedente dell’annessione della Crimea.

Il buon senso dice che lo scontro frontale non converrebbe a nessuna delle due parti.

L’Unione Europea non può rischiare una guerra così vicina ai suoi confini, una guerra che con l’armamento di Kiev da parte degli Stati Uniti metterebbe a serio rischio la pace mondiale, non solo quella europea. La Russia, dopo le gravi sanzioni economiche inflitte dalla Ue lo scorso anno, dopo il crollo del prezzo del petrolio e la conseguente, quanto obbligata, svalutazione del Rublo, non potrebbe far fronte ad ennesime sanzioni economiche e finanziarie, ancor più gravi rispetto alle precedenti.

Questo dice il buon senso, ma la realtà dei fatti è diversa. Un cessate il fuoco in Ucraina orientale potrebbe calmare le acque per un po’, ma il fatto è che l’Ucraina o è indipendente o non lo è. L’alternativa, che l’America fornisca al governo ucraino un equipaggiamento militare migliore, così da metterla in grado di fronteggiare i ribelli foraggiati dalla Russia, potrebbe convincere Putin che la battaglia non si può vincere – ma potrebbe anche convincerlo a voler vedere il bluff dell’America e portare a un escalation del conflitto. E questo è un rischio che l’Unione Europa non può permettersi.

Ed in questo contesto così delicato si è inserito il Premier greco. Tsipras sta giocando su due tavoli: da una parte spinge per la rinegoziazione del debito con la Troika (Fmi, Bce, Ue) dall’altra strizza l’occhio alla Russia, una situazione questa che non piace all’Unione Europea.

GRECIA

In questo caso la negoziazione offre qualche speranza in più.

É vero che le analisi di base delle due parti sui problemi economici della Grecia, e in effetti quelle sulla zona euro nel suo complesso, sono completamente diverse. La Germania vede una malattia causata dal debito greco e per la quale l’austerità è la cura principale. La Grecia giudica il debito causa dello sconsiderato credito tedesco e l’austerità come fonte di povertà e non di recupero. (Negli ultimi 5 anni, le politiche di austerità fiscale hanno imposto all’economia greca un calo del 25% del Pil).

Come nel caso dell’Ucraina, non ci può essere via di mezzo tra un creditore che insiste sul fatto che tutti i debiti devono essere pagati per intero, perché condonare i debiti sarebbe immorale e un debitore che dice che l’onere di tali crediti deve essere ridotto, altrimenti le conseguenze saranno, quelle sì, immorali.

Il tour delle capitali europee, compresa Berlino, compiuto la settimana scorsa dal nuovo, anticonformista ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, ha chiarito quanto grande sia il divario tra le due parti.

Detto questo, c’è una differenza fondamentale tra la politica nazionalista vista nel conflitto ucraino e l’economia nazionalista del caso greco. È che in economia, e in particolare nelle transazioni finanziarie, c’è più spazio per la creatività. Se le due parti vogliono una soluzione pacifica, in una trattativa economica ci sono abbastanza variabili e dimensioni per rendere possibile un tale accordo. Anche se il tour europeo di Tsipras dice l’esatto contrario.

«Atene deve continuare a lavorare con la Troika, anche se al Governo greco la Troika non piace», ha chiosato il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, «ha tempo fino alla prossima riunione straordinaria dell’Eurogruppo sulla Grecia dell’11 febbraio per fare le sue proposte». In mancanza di un piano greco alternativo alla Troika, la BCE ha deciso di bloccare il rifinanziamento. Questi i commenti e le azioni della Troika per mettere alle strette Tsipras.

Ma dall’altra parte il Premier greco non abbandona i suoi obiettivi: “La Troika è finita”. E va rispettata e compresa la volontà del popolo greco, che ha nel vivere quotidiano e nei numeri le sue ragioni.

I programmi di aggiustamento strutturale non hanno dinamizzato l’attività economica, ma rafforzato la spirale depressiva: la deflazione è divenuta una tendenza cronica (nel dicembre 2014, i prezzi al consumo registrarono un calo del 2,6% annuale), il tasso di disoccupazione ha superato il 25% e la disoccupazione giovanile arriva al 50%.

Dietro queste dichiarazioni, invece, c’è tutta la volontà di trovare un’accordo perchè con l’uscita dall’Euro della Grecia rischia di rimetterci un bel po’ di miliardi (la Grecia ha un debito di 315 miliardi di euro, pari al 175% del PIL). Dall’altra parte Atene non può fare a meno dei finanziamenti della Bce.

Si andrà verso un accordo ponte; un accordo a ‘tempo determinato’, il tempo necessario per diminuire l’esposizione finanziaria europea sui bond e sul debito greco, il tempo di far rifiatare la Grecia e farle trovare un assetto che possa renderla economicamente indipendente, ma sempre legata all’Europa soprattutto adesso che c’è la Russia che incombe.

Una via d’uscita dunque c’è ed è anche un modo per far convergere le diverse posizioni della Germania e della Grecia. Qui sta la ragione ultima per essere più fiduciosi sulla Grecia che sull’Ucraina. L’esistenza del pericolo concreto di un allargamento della guerra alle frontiere dell’Ue in Ucraina deve rendere tutti gli Stati membri, ma soprattutto la Germania, ansiosi di mantenere l’unità e la solidarietà, e quindi impegnarli a una vera soluzione europea al problema greco.

Così, l’irriducibilità della situazione ucraina dovrebbe rendere più facile da affrontare la natura irriducibile della situazione greca. Syriza è un po’ troppo amichevole con la Russia per il gusto tedesco. Ma sicuramente lasciar perdere quell’amicizia sarebbe un prezzo che vale la pena pagare.

È in gioco il futuro dell’Unione Europea e dell’euro, è necessario risolvere le due questioni quanto prima per non rendere vani gli sforzi economici, subiti soprattutto dalla popolazione, durante questi anni di crisi.

(Gennaro Buonocore/Voce)