Swissleaks: Falciani, banche e Ior rompano il segreto

Pubblicato il 18 febbraio 2015 da redazione

Herve Falciani during the presentation of his book in Rome

ROMA. – Parla delle società off shore nei paradisi fiscali come di “cozze che intercettano le correnti finanziarie” e come le cozze si aggrappano una all’altra. Si presenta come un idealista che vuole “spezzare il segreto” che tiene insieme grandi società e politica e tritura i piccoli. Cita Podemos, il partito di sinistra spagnolo con cui è già in contatto; e Syriza, il movimento greco di Tsipras, con cui vuole “fare lo stesso”. Inserisce nel suo ragionamento papa Francesco, che “può essere un esempio per il mondo” e consapevole che “un papa non può avere orecchi dappertutto”, gli ricorda che sullo Ior, “la Svizzera era disposta a collaborare, ma il Vaticano mise il veto”. Hervè Falciani, l’ex esperto informatico del colosso bancario Hsbc, è a Roma per presentare il libro scritto assieme ad Angelo Mincuzzi per Chiarelettere, “La cassaforte degli evasori”. E pressato dai cronisti, risponde a quasi tutte le domande, ma non a tutte. Il suo nome è legato alla “lista” che nel 2010 fece tremare anche i salotti della finanza italiana e rese noti i nomi di molti vip con i conti all’estero: 7.499 (per 7 miliardi di euro) i nomi di correntisti italiani finiti in quell’elenco, frutto di dati sottratti all’Hsbc e origine di inchieste anche in Italia. Per essersi impossessato di quei dati, Falciani è finito sotto processo in Svizzera, dove al momento è latitante. “Se ho la certezza che non mi arresteranno, andrò a deporre”, ha assicurato oggi. Di quella lista si è tornato a parlare in questi giorni, per le nuove rivelazione su un’inchiesta che ha assunto proporzioni internazionali. Quei dati “sono solo l’1%”, afferma Falciani. Ma quando gli si chiede se ci saranno altre liste, altri nomi, anche italiani, glissa. “Si aspettano solo le liste… i giudici fanno tanti sforzi e poi non serve”, perché in Italia scudo fiscale e prescrizione già hanno messo al sicuro migliaia di posizioni sospette. E in questo modo “non si può fare una lotta effettiva all’evasione fiscale”. Serve una legge severa e un’opinione pubblica attenta. Davanti a cronisti e telecamere lui ripercorre la sua vicenda, racconta che in una prima fase, tra 2008 e 2009, trovò collaborazione e le sue informazioni furono oggetto di approfondimento da parte “dei servizi e della giustizia”. Poi “politicamente si decise di non andare avanti, ci fu uno stop”. L’idea di fondo che vuole mettere a fuoco con il suo libro e che ha ribadito a più riprese oggi è che “le leggi sono fatte per aiutare le grandi imprese”. C’è una sorta di “coerente” ingiustizia che governa le cose e solo “la forza dell’opinione pubblica può rompere quel circolo vizioso”. Per questo sono indispensabili “organi di controllo esterni, mentre ora le banche pagano i loro controllori”. E “il senso profondo delle democrazia deve entrare nelle decisione”. E’ quindi sempre il piano politico quello determinante. E quando arrivano le elezioni, “chiediamoci chi ha votato certe leggi”. Incontrerebbe Renzi?, gli viene chiesto. Lui si dice disponibile. Intanto in serata vede alcuni esponenti dei Cinque Stelle che “si occupano di comunicazione, non sono politici”, precisa. Qualcuno è certo che tutta questa storia gli abbia fruttato molti soldi, ma lui nega: “Io da questa vicenda non ho mai guadagnato nulla, semmai ho più debiti con gli avvocati. L’unico che è stato attaccato sono io”. Ma quando gli viene chiesto perché non pubblichi on line il suo conto corrente, lui risponde “si può fare, non ho niente da nascondere, ma il conto corrente è un oggetto personale: non penso sia utile pubblicare tutti i conti correnti”.  (di Eva Bosco/ANSA)

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