La lunga marcia della Cina sull’Italia: le mani su Pirelli

Arte: Milano; Pirelli Street annula report 2014

MILANO. – Un altro grande gruppo italiano sta per ammainare il tricolore. Se il riassetto di Pirelli andrà in porto, nel capitale del gruppo degli pneumatici, da oltre 140 anni uno dei simboli dell’industria italiana nel mondo, resterà solo qualche traccia di bianco e verde annegata nel rosso della Repubblica Democratica Cinese, azionista del colosso statale ChemChina che rileverà la maggioranza della Bicocca. Si tratterebbe di un’operazione che segna un cambio di passo nell’avanzata dei capitali cinesi verso l’Italia (diversi miliardi di euro a partire dal 2014), anche per quello che Pirelli rappresenta nell’immaginario collettivo, dagli pneumatici della Formula 1 alle bellezze immortalate sul suo celebre calendario. Certo Pirelli è un’azienda già molto estera, sia dal punto di vista produttivo (con solo due dei suoi 19 stabilimenti in Italia) che da quello dell’azionariato (la quota di controllo di Camfin è suddivisa tra italiani e russi). La testa è invece destinata a restare nel nostro Paese: anche dopo il riassetto, ha spiegato Camfin, Pirelli “manterrebbe gli headquarter in Italia” mentre alla guida dovrebbe restare il presidente Marco Tronchetti Provera. Addio anche a Piazza Affari, visto che, dopo l’opa, la Bicocca sarà delistata. Se si escludono operazioni di piccola taglia (come l’acquisizione degli yacht Ferretti e del marchio Krizia) fino ad ora la Cina si era accontentata di ruoli di minoranza: in borsa accumulando in capo alla sua banca centrale (People’s Bank of China) quote attorno al 2% dei principali gruppi italiani, da Enel a Eni, da Fca a Saipem, da Mediobanca a Generali, da Telecom a Prysmian. Fuori da Piazza Affari rilevando con State Grid of China il 35% di Cdp Reti, la scatola in cui sono detenute le partecipazioni di controllo di Terna e Snam, e con Shanghai Electric il 40% di Ansaldo Energia. “L’importante è che Pirelli rimanga una grande impresa radicata nel nostro Paese che sviluppa la competitività dell’Italia nel mondo. Se questa operazione va in questa direzione adesso è prematuro dirlo, vedremo” ha detto il viceministro dello Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti. D’altra parte era stato il premier, Matteo Renzi, in occasione della sua visita a Pechino del giugno scorso ad invocare “più forti investimenti” cinesi in Italia, confermando la linea di favore del governo all’arrivo di capitali stranieri nel nostro sistema economico. Negli ultimi anni sono state molte le imprese finite sotto il controllo estero: da Parmalat a Edison, da Bulgari a Valentino, da Alitalia ad Ansaldo Sts, dalla Rinascente a Coin. Anche nel mattone l’Italia è stata preda, come dimostra da ultimo l’acquisto dei grattacieli di Porta Nuova da parte del Qatar. Prima della Cina era stata la Russia ad essere molto attiva: oltre che in Pirelli, Rosneft era entrata in Saras mentre Lukoil aveva rilevato la raffineria di Erg e Vimpelcom la Wind. ‘In uscita’ ci sono ora Saipem, messa in vendita dall’Eni, e Telecom, che nel giro di qualche mese avrà come primo socio la francese Vivendi. Mentre l’integrazione con Chrysler e Igt ha portato Fiat e Lottomatica a spostare all’estero la sede legale e fiscale.
(di Paolo Algisi/ANSA)

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