Lo sfogo di Letta: “Da premier non eletto ero a disagio”

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ROMA. – Dall’Italicum a Triton, dal Jobs act allo ‘storytelling’ di Matteo Renzi. Enrico Letta, l’ex presidente del Consiglio scalzato da palazzo Chigi dal premier di oggi, si toglie qualche sassolino dalla scarpa dopo il lungo silenzio che si era imposto all’indomani dall’ormai storico benservito #Lettastaisereno. L’ex inquilino di palazzo Chigi torna a far parlare, e a parlare, di sè con un ritrovato slancio da qualche giorno. Da quando cioè ha rotto gli indugi e annunciato di volersi dimettere da parlamentare per tornare a “vivere del suo lavoro” andando a dirigere la scuola di affari internazionali dell’università di Parigi.

E ora, in vista dell’uscita del suo nuovo libro, dismessi i panni da deputato del Pd e dopo aver precisato di avere un vero e proprio astio per una concezione della politica alla ‘House of cards’, non lesina critiche alla nuova premiership renziana. E a quello che definisce un racconto dagli effetti del “metadone”.

“Io – dice intervistato da Giovanni Minoli – cerco di dare un contributo perché non sia un tempo in cui la percezione conta più della realtà”. Anche della sua esperienza a palazzo Chigi ne parla in un modo in cui non può sfuggire il riferimento ad una parallela critica generalmente rivolta al premier attuale.

“Come presidente non eletto mi sono sentito a disagio. Il mio governo è nato perché non c’erano alternative alle larghe intese. Bisogna ricordarsi le condizioni”. Letta non si tira indietro anche nel momento in cui gli si chiede un giudizio sulla riforma elettorale che sta dividendo il suo partito. “Penso che una legge elettorale approvata a maggioranza stretta in Italia ce n’è stata solo una: il Porcellum. E’ stata un disastro”, dice, precisando di non sapere ancora se voterà l’Italicum nel caso in cui dovesse essere ancora in Parlamento: “Bisogna vedere come sarà”. E comunque pensa “che non si voterà in autunno. Questa legislatura andrà alla sua scadenza naturale” perché i tempi li dettano le riforme costituzionali e “se si votasse solo l’Italicum e poi si andasse a votare sarebbe una sconfitta per tutti”.

Poi ‘boccia’ il Jobs act definito un “passo avanti” ma non sufficiente sul fronte delle tutele e critica la ricerca di una soluzione militare per affrontare l’emergenza immigrazione: “Spero che domani il Consiglio Europeo approvi qualche cosa di importante e che si faccia una specie di Mare Nostrum europeo”. Un concetto che ribadisce in altre interviste concesse a Les Echos e al Finacial Times e in cui inserisce anche un riferimento a Romano Prodi: “Per la questione sulla Libia sarebbe stato non male se l’Ue avesse nominato uno come lui”. Circostanza che non verrà sottovalutata da quei commentatori che già vedono nel ticket Letta-Prodi la piattaforma attorno alla quale potrebbe aggregarsi un fronte anti-renziano. E che leggendo tra le righe del libro di Letta, potrebbero anche individuare le parole chiave di un ‘manifesto’ anti-Leopolda, in cui “governare non è comandare”.

“In politica serve l’autorevolezza dei comportamenti e del pensiero di chi non imbocca la scorciatoia del ‘lo vuole la gente'”. Oppure: “Ogni giorno che passa mi sembra che nell’attuale sistema, ad esser premiati, siano il conformismo, la fedeltà, l’adesione più o meno manifesta al nuovo corso”. Per finire con una citazione di Kafka: “C’è un solo peccato capitale: l’impazienza. Per esso l’uomo è stato cacciato dal paradiso ed è per questo che non ci torna”.

(di Francesca Chiri/ANSA)