Dopo gli Stati Uniti la Spagna: Venezuela alla ricerca di un avversario esterno

Pubblicato il 23 aprile 2015 da redazione

maduro

Un nemico esterno per nascondere le difficoltà interne. Un linguaggio aggressivo per mascherare le proprie debolezze. A questo pare rispondere la polemica aperta dal presidente Maduro a seguito delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti ad alcuni funzionari del governo venezuelano accusati di delitti contro i Diritti Umani, delitti che non prescrivono. E, ora che l’effetto iniziale della diatriba scema, e con esso si raffreddano anche i sentimenti nazionalisti dei venezuelani ecco che il capo dello Stato apre il fronte spagnolo. In altre parole, dirige i propri attacchi contro il premier Rajoy e i membri del Parlamento iberico.

Le accuse rivolte al primo Ministro spagnolo e al Parlamento, volutamente alte di tono e con un linguaggio poco appropriato a uno statista, hanno obbligato a una risposta severa della diplomazia spagnola che, fino a ieri, aveva evitato di gettare legna sul fuoco.“Escalation”. Il presidente Maduro ha subito minacciato con provvedimenti in ambito nazionale einternazionale. La lettura data dalla diplomazia spagnola, alle intimidazioni del capo dello Stato poteva essere solo una: gli interessi delle aziende pubbliche e private iberiche che operano in Venezuela sono in pericolo. E, chissà che non lo siano anche le proprietà dei cittadini spagnoli residenti da anni nel Paese e che hanno fatto del Venezuela la loro seconda Patria. D’altronde, in passato molte aziende spagnole e anche italiane sono state espropriate senza un giustoindennizzo.

Anche in quest’occasione, le parole irate del capo dello Stato non troveranno probabilmente riscontro nella realtà dei fatti. Insomma, speriamo che restino “lettera morta”; semplici minacce, come già accaduto in passato. Ma l’obiettivo l’hanno raggiunto. Per pochi giorni hanno spostato il baricentro dell’attenzione dei venezuelani. La diatriba li ha distolti dai problemi della quotidianità.

Resta inascoltata la richiesta d’informazionealla Banca Centrale del Venezuela sull’andamento dei prezzi. L’organismo, a dispetto delle leggi che lo obbligherebbero a fornire informazioni sul livello d’inflazione mese dopo mese, continua nel suo imperturbabile silenzio. Ma a poco serve. La realtà del Paese non ha bisogno di indici economici. La illustrano la quantità di generi alimentari che un operaio può acquistare col suo salario e la mancanza ormai cronica di prodotti negli scaffali dei supermarket. Proibire poi di fotografare le lunghe code di consumatori non risolve il problema di fondo: i venezuelani spendono ogni giorno ore e ore alle porte dei supermarket, pubblici e privati, e ora anche dei piccoli generi alimentari nei quartieri poveri; ore queste, strappate ad attività produttive con grave danno per il Paese.

E’ risaputo. La qualità di vita del venezuelano risente oggi della crisi frutto del forte calo dei prezzi del petrolio. Si stima che quest’anno il Paese riuscirà a piazzare il greggio nei mercati internazionali ad un prezzo medio inferiore ai 50 dollari. Ciò vuol dire che nel 2015, si riceverà la metà della valuta che si ottenne lo scorso anno dalla vendita del greggio. Come si ricorderà, i prezzi, nel 2014, cominciarono la loro folle corsa verso il basso nell’ultimo trimestre. In un Paese con una base produttiva diversificata, altri settori coprirebbero il vuoto lasciato dal petrolio. L’economia, d’altronde, è fatta di vasi comunicanti. Ma non in Venezuela in cui la struttura produttiva privata, quella ancora esistente, è soffocata dai controlli eccessivi e quella pubblica, con qualche piccola eccezione, è inneficente. L’economia del Paese, quindi, dipende per un 95 per cento dalla vendita del petrolio.

Quest’anno il Venezuela riceverà la metà della valuta che ha ottenuto lo scorso anno. E non saranno né l’aumento del prezzo della benzina, necessario e troppe volte rimandato, né la “stretta” sulla valuta assegnata ai venezuelaniche si recano all’estero, o agli studenti che svolgono corsi di laurea e specializzazione in altri paesi, a risolvere il problema. Il controllo dei cambi, che in altri paesi è orientato a frenare la fuga di capitali, in Venezuela assume altre connotazioni. E appare sempre più come un’arma di ricatto e di castigo. Di ricatto nei confronti degli industriali, che hanno bisogno di valuta per importare e produrre, e di castigo nei confronti del venezuelano che desidera o deve recarsi all’estero. E purtroppo, sono sempre di più gli studenti che ne subiscono le peggiori conseguenze. Sono l’anello più debole della catena. Resta il finanziamento esterno. Ma questo dipende in gran misura dal “rischio paese”. E cioè dalla percezione che ha chi investe della capacità economica della nazione di restituire il capitale con i dovuti interessi e rispettando le date di scadenza. Quanto più alto è il “rischio paese”, tanto più alto è il tasso d’interesse che si deve offrire per persuadere ad acquistare i buoni del Tesoro. Se poi, come nel caso del Venezuela, aleggia l’ombra del default… Così l’emissione di “buoni” del Tesoro o di altri strumenti diventa assai onerosa. E si giustifica solo se orientata a ben precise strategie di crescita e sviluppo.

Il presidente Maduro, in uno dei suoi ultimi discorsi trasmessi per radio e televisione, ha assicurato che, assieme ad assessori nazionali e internazionali, studia una strategia capace di dare una risposta “demolitrice” alla crisi provocata, insiste, da una presunta “guerra economica”. Ma il malcontento serpeggia tra i venezuelani. Sono sempre meno quelli che danno credito alle parole del presidente Maduro. E se ancora non si assiste ad un’esplosione sociale, spiegano gli esperti in materia, si deve probabilmente al timore delle frange più umili di perdere i pochi ammortizzatori sociali che ancora ricevono; quelli che, nella crisi, alimentano ancora la speranza di una vita migliore e la fiducia nel “sistema”. L’Opposizione non è riuscita a spiegare a chi realmente ha bisogno dei sussidi dello Stato, che questi non saranno aboliti. Comunque sia, i margini di manovra del presidente Maduro si fanno sempre più stretti. Insomma, si riducono col ridursi della quantità di valuta che si riceve dalla vendita del petrolio.

Confusione, preoccupazione, dubbi. La decisione di Cencoex di diminuire la quantità di valuta a chi si reca all’estero e di assegnarla unicamente a chi ha le carte di credito della banca pubblica ha creato meraviglia e sconcerto.Tanta confusione. D’altronde, se da un lato c’è chi dubita dell’efficacia degli enti pubblici dall’altro c’è chi denuncia l’illegalità del provvedimento.

Se nell’ambito economico e sociale le lunghe file di venezuelani alle porte dei supermarket fotografano la crisi del Paese, nell’ambito politico hanno sorpreso le ultime dichiarazioni del presidente del Parlamento, Diosdado Cabello. Dopo che alcuni rappresentanti del Parlamento Latinoamericano hanno consegnato un documento ai protagonisti della “Cumbre de las Américas”, nel quale illustravano le condizioni dei politici in prigione, l’Assemblea Nazionale ha chiesto al Consiglio Nazionale Elettorale di cancellare l’elezione diretta dei deputati al Parlamento Latinoamericano (Parlatino) che in futuro saranno scelti dagli stessi membri dell’Assemblea nazionale. Insomma, il Parlamento, espressione genuina del voto democratico e libero dei venezuelani, ha chiesto all’istituzione incaricata di rendere esecutivo un diritto sancito dalla Costituzione, di abolirlo. Un’iniziativa, questa, che lascia perplessi e alimenta dubbi alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari.

(Mauro Bafile/Voce)

 

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