Italicum, atto finale. Dissenso Pd potrebbe allargarsi

Pubblicato il 03 maggio 2015 da redazione

Renzi, in 3 mesi rotto incantesimo stallo Parlamento

ROMA. – La misura del dissenso Dem e le scelte delle opposizioni, i timori di un Aula infuocata e la pressoché assoluta certezza di una nuova legge elettorale alle porte: lunedì sera arriverà l’ora X dell’Italicum e segnerà, molto probabilmente ‘un prima e un dopo’ non solo nelle ‘regole del gioco’ della politica italiana.

“Il traguardo”, indicato con forza dal premier Matteo Renzi, segnerà anche una nuova tappa nel dissenso interno al Pd dopo lo strappo dei ’38’ della settimana scorsa sulla fiducia. Uno strappo che quel gruppo ribadisce, seppur in forme diverse, e che potrebbe allargarsi rischiando di depauperare l’entità della maggioranza sulla legge elettorale. Anche per questo i renziani puntano innanzitutto a far sì che la soglia, in Aula, non scenda sotto la maggioranza assoluta di 316 deputati anche se il rischio, al momento, sembra davvero lontanissimo.

Ed è lo stesso presidente del Consiglio, dal palco della Festa dell’Unità di Bologna, a mostrare sicurezza. “Non ci fermeremo a cento metri dal traguardo” scandisce Renzi guardando innanzitutto all’approvazione di oggi e quasi tendendo la mano, salutandolo dal palco, a uno dei 38 dissidenti (37 dopo l’addio di Guglielmo Vaccaro al Pd), quel Gianni Cuperlo che, pochi minuti prima, assicurava che dalla minoranza “non ci saranno agguati”, confermando al tempo stesso il suo “voto non favorevole” alla legge.

Questa mattina il gruppo dei ‘ribelli’ si incontrerà e deciderà se tramutare il dissenso in un voto contrario o in un non voto al testo anche se “l’orientamento prevalente è votare contro”, spiega Alfredo D’Attorre, sottolineando come il dissenso “potrebbe allargarsi”. E l’allargamento potrebbe investire fino ad una decina dei 50 esponenti di Area Riformista che, al momento della fiducia, annunciarono con un documento la loro responsabilità e che oggi voteranno sì alla legge.

I ‘no’ (o il non voto) all’Italicum, nel Pd, potrebbero essere così tra i 40 e 50: numeri che non intaccano la possibilità che la legge passi ma che, se le opposizioni resteranno in Aula per votare contro, potrebbero far scendere la maggioranza almeno a 330. E, al di là dei numeri saranno comunque dei ‘no’ pesanti, quelli ribaditi da esponenti democratici del calibro di Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza o Enrico Letta che, in tv, torna all’attacco sottolineando come l’Italicum sia “parente stretto” del Porcellum e paragonando l’atteggiamento del governo Renzi a quello dell’esecutivo di Silvio Berlusconi.

Le opposizioni, invece, decideranno solo oggi la loro strategia. Sembra quasi tramontata l’idea di chiedere il voto segreto (il blitz della settimana scorsa aveva aumentato a oltre 380 unità i sì alla legge) mentre resta il bivio tra l’Aventino il votare contro. Alle 10.30 il gruppo FI si riunirà per serrare i ranghi anche contro la spinta ‘riformista’ dei (pochi) verdiniani mentre nel corso della giornata forzisti, Sel, M5S, Fdi e Lega cercheranno una linea comune provando un asse anche con i dissidenti Dem.

Perché è la frattura interna al Pd che, assieme al sì all’Italicum, è destinata a tornare a far rumore. “In Aula si rispetti la decisione che il Pd ha preso insieme” è l’appello in extremis del presidente Matteo Orfini. Ma i segnali, al momento vanno in direzione opposta. E se Pippo Civati è dato ormai in uscita D’Attorre, pur non parlando di scissione, ritiene “necessario” un confronto con gli iscritti per una “ferita che segna ‘un prima e un dopo’” nella storia del Pd.

(di Michele Esposito/ANSA)

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