Standard & Poor’s non promuove l’Italia, bene azione governo ma non basta

Standard and Poor's threatens downgrades of eurozone

ROMA. – Standard & Poor’s non promuove l’Italia, lasciando il rating a BBB-, un passo sopra il livello ‘junk’, quello speculativo, e mantenendo stabile anche la prospettiva sul suo giudizio, nonostante l’apprezzamento per le riforme.

L’agenzia di rating americana, che di recente ha espresso forti perplessità sull’efficacia del quantitative easing della Bce, nonostante i segnali di ripresa, il contesto esterno decisamente più favorevole, la “determinazione” del premier Matteo Renzi sulle riforme, resta la più severa fra le tre principali per quanto riguarda l’affidabilità del debito pubblico italiano: Moody’s (Baa2) è un gradino sopra, Fitch due.

Una linea non del tutto nuova, per la verità: S&P, dal 1992, ha via via progressivamente peggiorato la qualità del debitore-Italia, dalla doppia A dei primi anni novanta, alla bocciatura alla classe BBB, quella immediatamente sopra il debito ‘spazzatura’, fra i mesi drammatici del 2012 e lo strascico recessivo dello scorso anno.

La ripresa “è in corso”, scrivono gli analisti, “principalmente per fattori esterni quali il contesto europeo, l’euro debole, i prezzi petroliferi in calo”. La stima di crescita per quest’anno si ferma a 0,4%, ben sotto lo 0,7% governativo, ma alla luce della crescita registrata nel primo trimestre (0,3%) “potrebbe essere più alta”, specie se gli investimenti, che continuano a calare da ben sette anni consecutivi, ripartissero affiancando l’export che migliora. S&P promuove decisamente le riforme a partire da legge elettorale, Jobs Act (che sta spingendo verso contratti a tempo indeterminato) e banche.

Ma nota anche le “rigidità” che confinano l’Italia a prospettive economiche “depresse”; per alzare il rating, S&P vorrebbe una “piena realizzazione delle riforme strutturali”: leggasi, accanto al Jobs Act, il capitolo politicamente ostico delle liberalizzazioni.

Da S&P arriva poi uno dei primi giudizi, dall’estero, sul nodo pensioni dopo la sentenza della Consulta che nel 2011 ha congelato le pensioni: “Complica gli obiettivi di bilancio” e comporterà per il governo “misure alternative” se non si vuole il rialzo dell’Iva. Al punto che, secondo gli analisti di S&P, “il governo potrebbe non centrare i suoi obiettivi sempre più ambiziosi di un deficit all’1,8% nel 2016 e allo 0,8% nel 2017”.

E ancora, secondo l’agenzia Usa la correzione del deficit 2015 fa leva “molto più” sul calo dei tassi favorito dalla Bce che dal miglioramento del saldo primario: una politica che, senza una azione “più risoluta” sul fronte della spending review, concede poco spazio per il calo delle tasse.

(di Domenico Conti/ANSA)