Lavorare in America: aspetti positivi e negativi

Pubblicato il 21 maggio 2015 da redazione

columbia university

NEW YORK: Continua la nostra serie di incontri con le eccellenze italiane nel campo scientifico che svolgono il loro lavoro presso la Columbia University di New York, portando grande orgoglio in Italia. Dopo Ottavio Arancio, incontriamo Francesca Bartolini, una new yorkese romana. Sì, perché non ha ancora perso del tutto il fantastico accento romano, anche se quando parla inglese è un’americana doc. La incontriamo in un bar di Manhattan. Fin dal primo secondo capiamo che è un peperino, una ragazza dal carattere esuberante e dall’energia contagiosa, tanto che non siamo sicuri fosse la persona che stavamo cercando!

“Chi lavora in questo ambiente è abbastanza folle, non è vero quello che si dice su scienziati e professori …. Non sono tutti posati e seriosi, la maggior parte di loro sono persone creative e con tanti interessi diversi che possono apparire scollegati col nostro lavoro. Io per esempio studio flamenco da molti anni”.
E’ chiaro fin da subito che abbiamo a che fare con una persona straordinaria. Conosciamola meglio.

– Come sei arrivata alla Columbia University?

– Mi sono laureata alla Sapienza di Roma, in Genetica, Scienze Biologiche. Sono entrata alla scuola di Dottorato al Policlinico Umberto Primo iniziando una tesi di filologia molecolare, ma sono una testa calda … volevo andare in America. Il mio professore mi disse di no perché aveva bisogno di una persona in laboratorio. Quindi ho mollato. Sono venuta in America e ho trovato lavoro come assistente di laboratorio in un’università di Chicago per due anni e mezzo. Nel frattempo ho applicato per la scuola di dottorato, ma a New York. Perché l’obiettivo era New York.

– Perché New York è New York. Non esiste un altro posto uguale.

– Io ho scritto sul mio telefono “ricordati che se lasci New York devi vivere in America”!

– Come sei riuscita a raggiungere l’obiettivo new yorkese?

– In realtà quando sono venuta qui non avevo idea di cosa volessi fare. Non avevo neanche padronanza della lingua. Quindi sono entrata come assistente di laboratorio senza avere nemmeno il dottorato, perché l’avevo mollato, prendendomi una pausa di riflessione in cui ho capito che se volevo veramente intraprendere questa carriera dovevo applicare per il dottorato a New York. Ho passato vari esami di ammissione, studiato inglese e alla fine ci sono riuscita, entrando alla New York University e prendendo il dottorato in Biochimica e Biologia Cellulare nel 2004.

– Quali sono le differenze nel tuo lavoro tra Italia e Stati Uniti?

– Intanto mi pago l’80% di stipendio sui fondi di ricerca. Questo significa che non posso aumentarmi lo stipendio perché tolgo soldi alla ricerca, o allo studente. Gli italiani si lamentano, ma non capiscono che anche qui ci sono tanti problemi. In Italia è vero che c’è molta didattica che ti toglie molto tempo sicuramente, ma almeno lo stipendio non se lo devono trovare. La maggior parte dei laureandi non li devono pagare, i dottorandi stessa cosa, perché nella maggior parte dei casi (ci sono anche dottorandi non pagati affatto purtroppo) paga il dipartimento. Quello che il professore in Italia deve trovare sono i fondi per fare ricerca, ed è vero che i fondi concessi in Italia sono ridicoli. Ma è vero pure che possono applicare per fondi europei, che sono più sostanziosi, e hanno la possibilità di collaborare con l’America. Quindi il prossimo italiano che mi dice “beato te che stai in America” ci litigo!

– Italiani avvertiti.

– Certo! Capisco che anche lì hanno i loro problemi, ma qui devi pagare l’affitto del laboratorio, più banconi occupi più soldi devi avere; devi pagare gli stipendi di tutti quelli che sono in laboratorio; una grande fetta del tuo stipendio non viene coperta dal dipartimento. Ci sono tantissime spese.

– Quando sei entrata alla Columbia?

– Nel 2004. Ho anche i miei vantaggi, parliamoci chiaro. Microscopi gratis, reagenti a disposizioni … questo è un lusso, non posso lamentarmi. Ma quando devi, due – tre volte al mese, revisionare dei papers che ti mandano i giornali e diversi progetti di ricerca , oltre a dover continuamente cercare i tuoi fondi per sopravvivere, togli tempo al tuo lavoro di ricerca. In più, il publishing scientifico è diventato un business, i ricercatori pagano per pubblicare i loro papers sui giornali e lavorano per i giornali come revisori gratis. Se vuoi pubblicare sono soldi che togli alla ricerca.

– Perché hai lasciato l’Italia?

– Non mi trovavo con la mentalità italiana, una struttura troppo gerarchica. Io sono stata sempre un po’ ribelle, già il fatto di dare del Lei al professore mi dava sui nervi. Sentivo la pressione psicologica del rispettare i tempi. Ma di che stiamo parlando? Se c’è un momento in cui devi esplodere è quando sei giovane. Questa è la grandezza di questo Paese: un ragazzo entra in una scuola di dottorato che non sa niente, ma già viene preso in considerazione, viene sottoposto a criticare i lavori, gli vengono messe le pipette in mano da subito, viene responsabilizzato immediatamente. Ricordo che in Italia, quando ho fatto la tesi sperimentale, facevo appena un “pezzetto” di esperimento. Il resto e la fine dell’esperimento veniva elaborato da altre persone. Ma che vuol dire? Io metto i miei studenti a far tutto da subito.

– Cosa ti ha colpito dell’America?

– Los Angeles. Devi essere un po’ fuori di testa per vivere lì, ma se lo sei la adori. Anche mio marito David la adora, ma in California le Università sono quasi tutte statali, non è esattamente il posto migliore per il mio tipo di lavoro. Amo comunque New York, ho bisogno di stimoli continui. Il cambiamento è fondamentale perché ti spinge fuori dalla tua zona di comfort. Per essere creativo devi essere spinto fuori dalla tua zona di comfort, e New York è perfetta per questo. Metterti in gioco è l’unico modo per imparare, se smetti di imparare il cervello si atrofizza.

– Tu lavori nel campo dell’Alzheimer.

– Sì, sono una biochimica del citoscheletro che lavora sui i meccanismi cellulari che causano il deficit della memoria nei pazienti con Alzheimer. Abbiamo modelli cellulari, lavoriamo anche sui tessuti post mortem dei pazienti e su modelli murini di Alzheimer..

– Sembra abbastanza stressante.

– Ecco perché faccio flamenco. Mi scarico. Anche se non sono un tipo che si rilassa. Anzi, per rilassarmi faccio i games di matematica. E David è come me: per rilassarsi fa composizioni di musica. A casa abbiamo 70 strumenti, lui è un compositore da 30 anni.

– Guardare la televisione ogni tanto per rilassarsi? No?

– Abbiamo due tv. Spente. O se sono accese vediamo i documentari. Ah! David ha un’orchestra di elefanti in Thailandia! Che suonano!

Voglio chiudere questa intervista con questa immagine: gli elefanti in Thailandia che suonano gli strumenti costruiti da David. E ribadire un concetto che Francesca e Ottavio hanno cercato di farci capire nelle loro interviste: ragazzi, è la vostra vita, dovete esplodere, siate rispettosi degli altri ma un po’ folli, prendete ciò che vi appartiene. Grazie a Francesca e David per l’energia che trasmettono e per la loro positiva follia contagiosa!

(Annalisa Arcoleo/Voce)

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