Fisco: estetiste e librai sotto dieci mila euro. Professionisti al top

Pubblicato il 28 maggio 2015 da redazione

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ROMA. – Se davvero il governo vorrà adottare nella prossima legge di stabilità misure anti-povertà destinate alle fasce sociali più deboli, rimaste escluse dal bonus 80 euro, dovrà fare i conti con molte categorie che, finora, probabilmente non aveva ancora preso in considerazione: corniciai, titolari di mercerie e negozi di scarpe e abbigliamento.

Commercianti il cui reddito 2013, dichiarato con gli studi di settore, non ha superato gli 8.000 euro, soglia che distingue gli incapienti dagli altri contribuenti, e sotto la quale non si paga un euro di tasse. A loro si aggiungono anche i titolari di negozi di strumenti musicali, gli artigiani della ceramica e persino i rivenditori di auto, che, probabilmente colpiti dalla crisi del mercato, hanno dichiarato in media un reddito d’impresa di 6.100 euro.

I dati sembrano quasi stupefacenti, se non fosse che di anno in anno le categorie praticamente sulla soglia di povertà sono sempre le stesse. A non passarsela affatto bene, secondo le dichiarazioni 2014, sono infatti anche le tintorie (8.100 euro), i giocattolai (8.200) e i librai (9.600). La lista di chi resta sotto i 10.000 euro si allunga anche con le profumerie, i negozi di biancheria per la casa, i calzolai e le estetiste.

Facile immaginare che il fenomeno dell’evasione si annidi spesso in settori e categorie come queste, ma non vanno ignorati nemmeno i casi di giovani che avviano un’attività per la prima volta e di microimprenditori dediti spesso ad attività part-time. Sicuramente a mandare a picco molte fonti di reddito sono stati anche gli anni di crisi, al punto che settori come l’edilizia dichiarano in media perdite di oltre 8.000 euro.

In rosso compaiono però anche discoteche e night club, spa e terme ed anche rivenditori di moto. Attività su cui la crisi potrebbe in realtà aver pesato un po’ meno. Fatto sta che i 3,6 milioni di soggetti a cui sono stati applicati gli studi di settore nel 2013 hanno dichiarato lo scorso anno un reddito totale di 98 miliardi di euro, con un calo dell’1,8% rispetto al 2012.

La flessione, anche secondo il ministero dell’Economia, “riflette principalmente gli andamenti ciclici del 2013, anno in cui il Pil è calato dell’1,7%”. I commercianti restano dunque tra tutti gli aderenti agli studi di settore quelli che dichiarano il reddito più basso (17.500 euro in media). All’opposto ci sono invece i professionisti (42.100 euro), con il picco, in parte prevedibile, dei notai (212.000 euro).

Tra i lavoratori dipendenti sono invece quelli delle società a guadagnare di più, seguiti dai travet della pubblica amministrazione. La principale variabile sta nella natura del datore di lavoro: secondo i dati di via XX Settembre, il reddito medio più basso, pari a 10.680 euro, si osserva per i lavoratori dipendenti il cui datore di lavoro è una persona fisica (1,5 milioni di dipendenti); il valore sale a 13.960 euro per i dipendenti di società di persone (1,4 milioni), a 22.400 euro per i dipendenti della Pubblica Amministrazione (3,5 milioni), mentre il reddito medio più elevato, pari a 23.580 euro, si registra per i dipendenti delle società di capitali (10,3 milioni).

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