Turchia al bivio fra autoritarismo e fragile democrazia

Pubblicato il 05 giugno 2015 da redazione

Elezioni parlamentari in Turchia

ANKARA.- “La democrazia e’ come un tram, sali e ti fai portare dove vuoi arrivare, poi scendi”, diceva 20 anni fa il giovane sindaco islamico di Istanbul Recep Tayyip Erdogan, astro nascente della politica turca. Oggi e’ “il sultano”, padrone incontrastato del paese dal 2002. E molti turchi si chiedono se per lui, se vincera’ la sua scommessa alle politiche di domenica non potrebbe essere arrivata l’ora di “scendere dal tram”.

Dalla rivolta di Gezi Park e dalla Tangentopoli del Bosforo di due anni fa Erdogan ha imposto al Paese una stretta autoritaria e islamica. Domenica ha chiesto agli elettori una maggioranza di 330 deputati su 550 per cambiare la costituzione e imporre un regime superpresidenziale, che gli dia pieni poteri.

Una “dittatura islamica” tuona l’opposizione. Sara’, avverte il politologo Usa John Tures, il voto piu’ importante per la Turchia da quasi 100 anni, da quando Mustafa Kemal Ataturk fondo’ nel 1923 la repubblica laica e democratica sulle rovine dell’impero ottomano e islamico. Potrebbe essere, scrive l’analista Yusuf Kanli, “l’ultima uscita prima della dittatura”.

Il Paese appare a un bivio fra autoritarismo e fragile democrazia, fra Islam e Occidente. Il voto, aggiunge Kensli, puo’ “spingere il sistema di governo verso una forma di dittatura eletta o salvare una democrazia resa fragile da 13 anni di governo” del partito islamico Akp. In teoria super-partes come presidente secondo la costituzione, Erdogan si e’ gettato nella battaglia elettorale con la consueta ferocia verbale, denunciando in mille comizi i leader dell’opposizione, i complotti della stampa turca e internazionale e della lobby armena orchestrati da una occulta “mente superiore”.

Se l’e’ presa con il direttore di Cumhuriyet Can Dundar, di cui ha chiesto la condanna all’ergastolo per avere pubblicato le prove delle consegne di armi ai gruppi jihadisti in Siria da parte dei servizi segreti turchi del Mit. Ma nonostante il controllo su giustizia, polizia, servizi segreti, media privati e pubblici – 99 ore a Erdogan e al premier Ahmet Davutoglu contro 25 ai tre partiti di opposizione Chp, Mhp e Hdp sulla tv pubblica Trt – il risultato del voto appare incerto.

Molto dipendera’ dal partito curdo Hdp del ‘Obama curdo’ Selahattin Demirtas, da giorni vittima di attacchi e aggressioni. Oggi una esplosione ha fatto una ventina di feriti al comizio conclusivo di Demirtas a Diyarbakir. Sarebbe dovuta pero’ allo scoppio di una centralina elettrica. Lunedì un attivista curdo e’ stato ucciso a colpi di pistola, martedi migliaia di nazionalisti hanno attaccato un comizio Hdp. Demirtas fa paura a Erdogan. Se superera’ la sbarra del 10% (i sondaggi lo danno fra il 9,5% e il 12%) prendera’ fra 50 e 60 deputati. E il ‘sultano’ perdera’ la sua scommessa.

L’Akp e’ dato in calo al 39-44% contro il 50% alle politiche 2011, il Chp di Kemal Kilicdaroglu al 26-28%, l’Mhp di Devlet Bahceli al 15 -17%. Per la prima volta il ‘sultano’ potrebbe non vincere. O perfino perdere. Se l’Hdp resta sotto il 10% l’Akp potrebbe salire a quota 330, o comunque restare al governo con almeno 276 deputati. Se l’Obama curdo ce la fara’ invece il partito islamico non arrivera’ a 330 seggi, e forse neppure a 276.

Potrebbe tentare un governo minoritario fino a elezioni anticipate. Anche i partiti di opposizione potrebbero pero’ tentare una difficile coalizione – con scintille fra i curdi del Hdp e i nazionalisti del Mhp – a tre per togliere il controllo del governo a Erdogan. Ma nel ruolo di ‘arbitro’ sancito dalla costituzione avranno di fronte lo stesso Erdogan, cui spettera’ designare il premier e pilotare la transizione.

Un arbitro pero’ che avra’ giocato tutta la partita, da protagonista, nella squadra avversaria.

(di Francesco Cerri/ANSA)

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