Belluno isola felice, l’integrazione dei profughi è una realtà

Pubblicato il 09 giugno 2015 da redazione

Belluno, dove l'integrazione possibile

BELLUNO. – Ali ha 18 anni e guarda orgoglioso la cancellata della scuola che ha appena finito di dipingere. Viene dal Mali ma da qualche mese la sua città d’adozione è Belluno; risiede in un appartamento in cui vivono altri quattro ragazzi, gestito da una cooperativa. Fa parte della pattuglia di oltre 70 profughi che hanno lasciato le pianure assolate dell’ Africa occidentale per approdare in questo angolo verde delle Dolomiti.

Grazie alla volontà del sindaco Jacopo Massaro, Belluno è una sorta di ‘isola felice’ tra le barricate che in questi giorni si stanno facendo al Nord sul tema dell’accoglienza. Settanta profughi possono apparire poca cosa, ma se si raffrontano con una realtà complessiva di 36mila abitanti, che incide per il 5% sulla popolazione veneta, diventano un piccolo miracolo di integrazione.

La ricetta, spiega Massaro, appena rientrato in municipio dopo l’ennesima riunione in Prefettura per definire il piano delle nuove accoglienze, è semplice: gruppi ristretti di profughi, accolti in appartamenti gestiti da cooperative che hanno tra i loro compiti primari anche l’insegnamento dell’ italiano e delle ‘regole’ elementari, a cominciare dal rispetto della donna.

Al sindaco è parso naturale proporre agli immigrati di rendersi utili gratuitamente per ricambiare l’accoglienza. Una opportunità che non è caduta nel vuoto. E così è ormai diventata una immagine consueta in città vedere uno di questi ragazzi (in larga parte tra i 18 e i 25 anni, alcuni di origine eritrea) dipingere i cancelli delle scuole o piastrellarne i bagni, pulire i parchi e le fontane e provvedere al decoro urbano.

“A breve – annuncia il sindaco – falceranno le aree verde dopo aver partecipato ad un corso a questo scopo”. Neppure le donne sono rimaste con le mani in mano: si occupano dell’Archivio di Stato e del doposcuola. C’è persino chi fa il giro delle scuole per raccontare agli studenti il proprio percorso di dolore e la scelta, difficile, di abbandonare la casa d’origine. C’è un solo argomento tabù: i lunghi, difficili giorni dell’orrore trascorsi sui barconi, aggrappati alla speranza.

“Quando li raccontano si mettono a piangere – sottolinea il sindaco – o si rifiutano di parlarne, per esorcizzare il trauma”. Oggi il simbolo tangibile del ‘laboratorio’ di integrazione avviato a Belluno è rappresentato dalla partitella di calcio che ogni settimana nel fazzoletto verde della parrocchia Don Bosco viene giocata da due squadre, in cui locali e ospiti si mescolano per rincorrere un pallone.

“Voglio che si sappia che oltre il 90% dei profughi – precisa Massaro – non vuole rimanere in Italia ma ripartire perché all’estero hanno dei familiari che li aspettano. Ma è l’Italia che li trattiene anche 18 mesi per concludere la procedura di attribuzione o meno dello status di rifugiato”.

(di Rosanna Codino/ANSA)

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