Venezuela, alla ricerca disperata di dollari

Pubblicato il 30 giugno 2015 da redazione

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3 milioni 162 mila elettori. Queste le cifre ufficiali. Le ha rese note, a notte inoltrata, Diosdado Cabello, vicepresidente del “Partito Socialista Unido de Venezuela”. Tanti, quindi, i venezuelani che domenica hanno partecipato alle primarie del partito di governo. Tutto si è svolto secondo copione. E i seggi sono stati chiusi alle 10 di sera, abbondantemente oltre l’orario fissato in precedenza dal Consiglio Nazionale Elettorale.

E’ presto per un’analisi approfondita dei risultati delle primarie di domenica scorsa. Ma alcuni elementi di giudizio già sono emersi nelle ore in cui i simpatizzanti del Psuv si recavano ai seggi per depositare il proprio voto. Ad esempio, è indiscutibile che il Psuv esercita ancora un certo fascino sui suoi simpatizzanti. I mass-media dello Stato, con una copertura a tappeto, hanno permesso di pubblicizzare e seguire passo-passo, anche con “dirette” dai seggi, la manifestazione politica.

Lo squilibrio informativo è stato evidente. E ciò inciderà sulla campagna elettorale che, anche se non ufficialmente, è già iniziata a dispetto delle date fissate dal Cne e che calerà il sipario solo poche ore prima dell’apertura dei seggi il 6 dicembre. L’opposizione, sebbene parta notevolmente penalizzata dal predominio informativo del Psuv, ha nella crisi economica un solido alleato. Questa si aggrava col passare dei giorni senza che il governo possa o voglia porvi rimedio. Ed è comprensibile.

Qualunque provvedimento si decidesse oggi per far fronte alla crisi economica avrebbe un prezzo in termini politici. Un costo, quindi, che governo e Psuv, in prossimità delle parlamentarie, non sono disposti a pagare. Tutto rimandato al prossimo anno. I temi economici, e l’ombra della crisi, saranno comunque al centro del dibattito. Nei prossimi mesi, com’è stato in quelli trascorsi, si discuterà sul controllo dei cambi e dei prezzi, sull’enorme massa di denaro che stando agli esperti continua a stampare la Banca Centrale, sull’inflazione che ha raggiunto livelli insopportabili, sulla produzione nazionale e sull’importazione, sulla creazione di posti di lavoro e la burocrazia.

Le primarie del Psuv non si sono svolte con la consueta allegria con la quale i venezuelani partecipano ai processi elettorali. Hanno caratterizzato la domenica non solo le file di elettori di fronte ai seggi, ma anche quelle dei consumatori di fronte ai piccoli generi alimentari e ai grandi supermarket. Scene del quotidiano vivere nei sobborghi più umili, nei rioni di classe media e nei quartieri “in” delle metropoli.

Le primarie del Psuv, anche se per pochi giorni, sono riuscite a relegare la crisi economica a un ruolo del tutto marginale, almeno in apparenza. E così è passata quasi inavvertita la notizia diffusa dall’autorevole agenzia Bloomberg e ribattuta dai mass-media specializzati editi all’estero: il Paese cerca disperatamente valuta pregiata in Cina e in Russia. E, fin qua, nulla di cui sorprendersi.

Cina e Russia, oggi, hanno enormi interessi in Venezuela e, quindi, sono propensi a contribuire alla stabilità economica del Paese; stabilità che ha riflessi importanti nell’ambito politico. Sconvolgimenti istituzionali – leggasi crisi di governo – potrebbero condurre a un esame dettagliato degli accordi firmati e all’eventuale rescissione di alcuni di essi. E’ una possibilità da non scartare, visto che di molti contratti e accordi bilaterali non si conoscono i dettagli.

Non sorprende, quindi, che il Venezuela batta cassa in Cina o in Russia. Preoccupa e meraviglia, invece, la notizia che Petróleos de Venezuela sia fuori dal mercato delle obbligazioni in dollari. E, infatti, al Paese, i cui titoli di Stato sono considerati “spazzatura”, si esige l’emissione di obbligazioni con rendimenti superiori al 20 per cento. Nell’impossibilità di agire autonomamente, Pdvsa si è visto nella necessità di contrattare i servizi di Gazprombank Jsc. Questa è la terza banca russa in importanza, ha sede a Mosca, ed è proprietà per un 36 per cento del colosso gasifero Gazprom.

Gazprombank, stando alla nota diffusa da Bloomberg, è stata incaricata da Pdvsa di organizzare l’emissione di Titoli di Stato per il valore di circa 1 miliardo 600 milioni di dollari. Ma, in questa occasione, il valore nominale delle obbligazioni sarà in yuan, la moneta cinese.

Bloomberg rileva che questa è la prima volta che una compagnia latinoamericana, anche se obbligata dalle circostanze, emette buoni in moneta cinese. La speranza, pare evidente, è di poterli collocare nelle piazze orientali; in paesi amici che hanno tutto l’interesse a contribuire a mantenere lo “status quo” in Venezuela.

Numerosi i fronti sui quali il governo del presidente Maduro deve agire. Nell’ambito nazionale, deve conciliare la spesa che rappresentano gli ammortizzatori sociali, chiamati “misiones”; con la necessità di sopperire attraverso l’importazione di medicine e alimenti alla mancanza di produzione locale.

Nell’ambito internazionale, deve far fronte alle prossime scadenze dei titoli di Stato.
Esperti economisti e analisti monetari reputano probabile che il Paese riesca a remunerare i possessori dei Titoli di Stato e, quindi, a sventare la minaccia del “default” nel 2015. Ma questo appuntamento parrebbe solo rimandato al prossimo anno. I nodi verranno al pettine nel primo trimestre del 2016. Tutto, a quanto pare, dipenderà dal prezzo del petrolio e dalla volontà della Cina di mantenere o incrementare la sua presenza nel Paese.

Il Venezuela, che oggi produce circa 1,7 milioni di barili di petrolio il giorno, riceverà dalla vendita di greggio attorno ai 30 miliardi di dollari nel 2015. Ma in un anno elettorale, le necessità del Paese e le pressioni sul governo si moltiplicano.

D’altro canto, si stima che la Cina, le cui riserve internazionali sono calcolate attorno alla astronomica cifra di 4000.000.000.000.000 dollari, ha già prestato al Venezuela in dieci anni 45 miliardi di dollari. Anche quest’ultima una cifra smisurata, se rapportata al peso specifico dell’economia venezuelana. Pare evidente che la Cina starebbe finanziando il governo a cambio di importanti accordi che permetterebbero una presenza crescente in ogni ambito dell’economia.

I margini di manovra del Paese, a prescindere dai risultati nelle prossime elezioni parlamentari, sono assai stretti. Ed è probabile, come già pronosticano alcuni esperti, che il governo debba assumere la responsabilità di un “giro di vite” nella politica economica del paese. Insomma, tirare i remi in barca, razionalizzare la spesa pubblica, porre fine all’espansione monetaria, studiare un graduale allentamento del controllo dei cambi e dei prezzi, stimolare le aziende private, ottimizzare gli ammortizzatori sociali e ridurre il peso dello Stato.

Qualora non fossero sufficienti queste misure, non resterebbe che bussare alla porta del Fondo Monetario Internazionale. Ma sappiamo quanto dolorosa sarebbe la sua ricetta. Il Venezuela ha già provato la medicina amara del Fmi durante la crisi del “debito estero”. E in quel momento il paese stava sicuramente in condizioni economiche migliori per discutere programmi e condizioni con l’organismo multilaterale.

(Mauro Bafile/Voce)

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