Riforma al Senato: minoranza Pd attacca, sia elettivo

L'aula del Senato

ROMA. – Le riforme costituzionali ripartono in Senato, con l’incardinamento del ddl in Commissione affari costituzionali, ma per certi versi esse sembrano, come nel gioco dell’Oca, tornare alla partenza. Nonostante la doppia lettura conforme di Senato e Camera dell’articolo due del ddl, che prevede che il futuro Senato sia eletto dai Consigli regionali, 25 senatori della minoranza Pd hanno rilanciato invece la proposta che esso sia eletto direttamente dai cittadini.

Una proposta che si trasformerà in emendamenti e che pone dei problemi al governo. Oggi l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso che martedì la presidente Anna Finocchiaro svolgerà la relazione illustrativa del testo licenziato dalla Camera il 10 marzo scorso. Montecitorio apportò alcune, non numerose, modifiche al testo approvato l’8 agosto 2014 dal Senato, confermando l’elezione di secondo livello del futuro Senato, e precisamente da parte dei Consigli Regionali.

La prassi parlamentare e costituzionale vorrebbe che quindi l’articolo 2 del ddl, con la composizione del futuro Senato, non venisse toccata. Ma 25 senatori della minoranza Dem hanno rilanciato la proposta che fu di Vannino Chiti: un Senato eletto dai cittadini in concomitanza dei Consigli regionali, attribuendogli ulteriori competenze legislative. La novità è che questa volta sulle posizioni di Chiti ci sono anche i bersaniani che invece l’anno scorso hanno votato con la maggioranza per il Senato delle Regioni.

Miguel Gotor ha spiegato che a indurli a cambiare è stata l’approvazione del nuovo Italicum, con il premio di maggioranza al partito e non alla coalizione, che “introduce di fatto una riforma della forma di governo”, che richiede un Senato delle garanzie. Sul problema procedurale Chiti e Gotor, in una conferenza stampa, hanno ricordato le posizioni di costituzionalisti come Enzo Cheli o Massimo Luciani, secondo i quali si può cambiare anche l’articolo 2, visto che ne sono stati toccati altri logicamente connessi.

“La decisione è nelle mani del presidente del Senato Pietro Grasso – ha detto Gotor – ma se c’è l’accordo politico di tutti si puo’ fare”. Un amo lanciato anche ad altri partiti, dunque, a cui non dispiace il Senato elettivo: da Fi ad Ap, da Sel a M5s. “Se fossi il presidente del Senato – ha detto Chiti – non ci penserei due volte”. Il governo oggi non si è pronunciato e mantiene un atteggiamento pragmatico.

Il primo punto è capire se la posizione dei bersaniani: alcuni loro emendamenti alla Camera (prima firma Andrea Giorgis) hanno tolto dal testo norme che oggi è stato chiesto di reintrodurre. Un ennesima modifica a Palazzo Madama, verrebbe poi confermata a Montecitorio, o si tratta del gioco delle tre carte. L’appoggio espresso dall’ex capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, alla proposta dei 25 senatori, è stato un segnale che i bersaniani fanno sul serio sulle riforme.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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