Anche italo-americani alla “nomination” per la Casa Bianca

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Sono per il momento 16, due democratici e 14 repubblicani. Un numero già congruo, destinato comunque a crescere. La corsa alla Casa Bianca è iniziata. Non ufficialmente, ma nella sostanza. Com’è tradizione, il primo show elettorale sarà l’appuntamento delle primarie. E, come ogni primaria che si rispetti, sarà disputata tra stilettate e sciabolate, tra polemiche e provocazioni e tanto, tanto colore.

Obamacare, nozze gay, Cuba, Ttp, Iran. Barack Obama aspira a scrivere il proprio nome nella storia degli Stati Uniti. Non vuole essere ricordato solamente come il primo presidente negro della nazione più potente del mondo ma anche come quello che è riuscito a trasformare un intero Paese. Lo storico sì della Corte Suprema all’Obamacare e alle nozze gay, l’apertura dell’Ambasciata americana a La Havana e di quella cubana a Washington sono già vittorie che fanno storia.

A queste, Obama vuole sommare prima il “Trans Pacific Partnership”, l’accordo commerciale orientato a frenare l’arrogante invadenza della Cina in Giappone, in Australia e nella costa latinoamericana del pacifico, avviato verso una felice conclusione dopo il sì del Senato al “fast track” che sembrava essergli negato dal suo partito; e poi il “Translatantic Trade and Investiment Partnership”, l’accordo commerciale che dovrebbe rafforzare la presenza americana in Europa. “Dulcis in fundo”, il trattato nucleare con l’Iran, che avanza lentamente tra “stop and go”. Così, mentre il presidente dello Stato è impegnato nella sua battaglia personale con la storia, democratici e repubblicani si preoccupano del dopo-Obama.

Tanti i candidati ma pochi quelli realmente “papabili”. Si contano sulle dita di una mano. In primis, Hillary Clinton, Jed Bush, Marco Rubio, Ted Cruz. Ma anche gli italo-americani Christian “Chris” Christie e Richard John Santorum.

Ponderato, meditato. Valutato attentamente. Dopo una lunga attesa, Hillary Clinton ha rotto gli indugi. Ed è scesa in campo convinta di farcela; di riuscire a diventare la prima donna presidente della nazione più potente del mondo. Rivali che potrebbero impensierire seriamente la sua candidatura, nelle file del partito democratico, non pare ne abbia. Infatti, Bernie Sanders, Martin O’Maleley e Lincoln Chafee non sembrano avere la forza per potersi opporre alla Clinton.

Per Hillary sarà questa una bella rivincita, dopo la capitolazione alla quale l’obbligò Obama nel 2008. Oggi, i sondaggi la danno di gran lunga favorita sul resto dei competitors. Qualora dovesse vincere, la famiglia Clinton tornerebbe alla Casa Bianca dopo l’interregno di George W Bush e di Barack Obama. Ma con l’ex presidente Bill in un insolito ruolo; ruolo scomodo per un personaggio che nella politica è abituato a occupare tutta la scena.

Da alcune settimane, circolano con insistenza voci sulla probabile candidatura di Elisabeth Warren, donna assai stimata nell’ambiente liberale e sostenuta dai movimenti come MoveUp. Warren ha più volte negato di essere interessata. Ma pare che le pressioni siano tante. Pro e contro. Coloro che sostengono l’ipotesi della sua candidatura sono convinti che una marea di giovani possa sentirsi attratta dalle sue posizioni particolarmente progressiste e liberali. Ma questa potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Infatti, sebbene possa aiutarla a imporsi nelle primarie potrebbe trasformarsi in un ostacolo nel “rush” finale per la Casa Bianca.

Più variegata la rosa dei candidati nelle file dei repubblicani. Quindi, anche più interessante. C’è ad esempio Donald Trump, l’eccentrico miliardario della “grande mela”. Grande esibizionista, il magnate della speculazione immobiliare ci riprova in un campo affollatissimo di candidati. Con le sue uscite xenofobe, razziste e discriminanti è già riuscito ad accattivarsi le antipatie dell’immensa collettività latinoamericana. Fu Trump, durante le elezioni che portarono Barack Obama alla Casa Bianca, a cavalcare la leggenda urbana dell’estrema destra del presidente keniano e, quindi, ineleggibile.

C’è poi Bobby Jindal, governatore della Louisiana, figlio d’immigranti indiani; Rand Paul, considerato esponente del Tea Party; Carly Fiorini, la manager rampante; Ben Carson, leader conservatore che potrebbe rappresentare un nuovo tentativo repubblicano di trovare una candidatura di colore. Fiorini e Carson potrebbero rompere il paradigma repubblicano; quello dei candidati solitamente ricchi, bianchi, uomini e tendenzialmente anziani; candidati che piacciono assai all’elettorato tradizionale che però, sia detto per inciso, ha sempre minor peso in un paese in cui si fanno largo le minoranze e i giovani tendono ad avere un ruolo sempre più decisivo.

La partita tra i repubblicani pare debba decidersi tra Jed Bush, Marco Rubio e Ted Cruz. Ma tra questi, invitati inopportuni e scomodi, vi sono gli italo-americani Chris Christi e John Santorum
Jed Bush, ex governatore della Florida, proviene da una famiglia di ex presidenti. E, infatti, il padre George e il fratello maggiore George W. sono già stati inquilini della Casa Bianca. Per molti Jed è l’unico in condizione di riportare i repubblicani alla Casa Bianca.

Marco Rubio si è formato politicamente nello Stato della Florida, di cui è Senatore. E’ considerato una delle stelle del Tea Party. Conservatore, uomo dalle idee chiare, è stato eletto al Parlamento americano con una votazione trionfante. Oggi potrebbe incarnare il sogno americano in spagnolo. Nonostante sia di origini cubane, però, non sembra avere un grosso ascendente tra i latinoamericani. Ascendente che ha, invece, Ted Cruz, specialmente tra le minoranze e le donne anche se non sul resto dei repubblicani.

A questo punto, bisogna spendere qualche parola sui candidati italo-americani Christie e Santorum.
Christopher James “Chris” Christie è nato nel 1962 a Newark. Suo padre è di origini scozzesi e sua madre siciliane. Dopo aver studiato legge alla Seton Hall University e aver esercitato la professione per un breve periodo, il tuffo nella politica. Da sempre nel partito repubblicano, nel 2009 si candida alla carica di governatore del New Jersey.

Trionfa, sconfiggendo di misura l’avversario democratico, John Corzine. Nel 2013, dopo aver declinato la candidatura alla presidenza della Repubblica, è confermato governatore. In quest’occasione, sconfiggendo Barbara Buono. Fino a un anno fa, sembrava il leader con maggiore chance. La sua immagine carismatica, però, è stata fortemente indebolita dallo scandalo del ponte George Washington, nel quale si è visto coinvolto senza peraltro averne alcuna responsabilità. Durante l’urgano Sandy, ha ricevuto le congratulazioni del presidente Obama per la maniera come ha gestito l’emergenza. Ha fama di parlar chiaro e di riuscire a suscitare subito simpatie.

Figura forse più grigia dello spumeggiante Christie è l’altro italo-americano: Richard John Santorum. Figlio di Aldo Santorum, originario di Riva del Garda, e di Catherine Dughi, di origini per metà irlandesi e per metà italiane, è assai conservatore in campo sociale, fiscale e biotecnico. E’ cattolico, affiliato al movimento Regnum Chisti.

Santorum è particolarmente noto per le sue posizioni radicali conservatrici, specialmente sui temi dell’omosessualità e dell’eutanasia. Nel 2012, quando si candidò alle primarie, fu visto come un outsider senza nessuna possibilità di vittoria. Ma s’impose nella prima tornata elettorale nello Iowa sul favorito Mitt Ronney. L’ascesa è tale da farlo trionfare in stati come Alabama e Missouri con un budget di gran lunga inferiore a quello dei rivali. Poi, a causa delle precarie condizioni di salute della figlia, si ritira dalla corsa alla nomination.

Oggi torna a essere di nuovo uno dei “papabili”.
Manca ancora molto alle primarie e ancor più alle presidenziali del 2016. I candidati, per il momento, riscaldano i motori in attesa che il panorama offra una schiarita e sia definitiva la rosa degli aspiranti. Ma fin d’ora, vista la quantità delle personalità in lizza, c’è da scommettere con non sarà una campagna noiosa.

(Mariza Bafile/Voce)