Obama, la vittoria più grande. Ora sfida al Congresso

Obama al Congresso, porrò il veto se boccerete accordo

NEW YORK. – Qualcuno la definisce “una scommessa ragionevole”. Altri una vera e propria “lotteria”. Ma tutti sono d’accordo nel considerare la storica intesa raggiunta con l’Iran la più grande vittoria di Barack Obama. Perché quella con Teheran era l’impresa più difficile: più di quella del disgelo con Cuba, più del complicato riavvicinamento con la Cina. Una vittoria che mitiga la grande ammarezza per il fallimento della mediazione tra israeliani e palestinesi.

Ora la sfida per il presidente americano è in Congresso, dove l’accordo dovrà essere esaminato da una maggioranza repubblicana ostile. E il suo messaggio è inequivocabile: la Casa Bianca è pronta a porre il veto a qualunque tipo di risoluzione contraria al grande risultato raggiunto a Vienna, dopo quasi due anni di durissimi negoziati. L’intervento in diretta tv di Obama è il più solenne da quando il presidente annunciò l’uccisione di bin Laden. E stavolta dietro di lui c’è anche il vice Joe Biden: un fatto raro – sottolineano i media Usa – voluto proprio per dare il massimo della solennità alla dichiarazione.

“Questo è un accordo di lungo termine che impedirà all’Iran di avere la bomba atomica”, esulta Obama, cercando di rassicurare gli americani e il riottoso alleato israeliano: “Non è un accordo sulla fiducia, ma sulle verifiche che verranno effettuate”. Il presidente esalta quindi il grande risultato ottenuto dalla diplomazia americana. Una diplomazia, spiega, in grado di realizzare “un cambiamento vero e importante”, che rende l’America e il mondo intero più sicuri. Perché non solo priva l’Iran della possibilità di avere armi nucleari ma garantisce anche un nuovo, valido baluardo contro l’avanzata dell’Isis in Medio Oriente.

E’ il trionfo del modello Obama che – a differenza della “dottrina Bush” – non prevede di esportare i valori della democrazia occidentale con guerre preventive, o limitandosi a isolare e a imporre sanzioni agli Stati ostili. Ma punta a privilegiare il dialogo, anche con i nemici storici degli Usa, tessendo una rete che li coinvolga in un processo di cooperazione. E che li costringa così a cambiare gradualmente i propri atteggiamenti. E’ quello che Obama ha fatto con l’Iran fin dalla famosa telefonata di due anni fa col moderato Hassan Rohani, divenuto leader dopo gli anni bui della presidenza di Amanadinejad. Una conversazione telefonica che – così come l’altrettanto storica stretta di mano con Fidel Castro – ha spazzato via decenni di incomprensioni e di muro contro muro.

Ora il Congresso ha 60 giorni di tempo per valutare l’accordo e decidere – presumibilmente entro metà settembre – se approvarlo o respingerlo. Oppure se non votarlo per niente. La Casa Bianca può porre il veto ad una risoluzione contraria, e per rovesciarlo il Congresso avrà bisogno di una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. Il che vuol dire che ad Obama basta un terzo dei voti in un solo ramo del Congresso per spuntarla. La destra, che alcune settimane fa proprio in Congresso accolse trionfalmente le parole anti-accordo di Benyamin Netanyahu, promette già battaglia.

“Invece di rendere il mondo meno pericoloso questa intesa rafforzerà l’Iran, il principale stato sponsor del terrore nel mondo”, tuona lo speaker della Camera, John Boehner: “Combatteremo una cattiva intesa che è sbagliata per la sicurezza del nostro Paese”. Ma Obama è pronto al braccio di ferro, sicuro di avere scelto la strada giusta: “Non dobbiamo mai negoziare per paura, ma non dobbiamo mai avere paura di negoziare”, afferma citando Jfk. Consapevole ormai del peso acquisito dalla sua eredità.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)

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