Da “whatever it takes” a Grecia, tre anni di sfide per Draghi

Pubblicato il 27 luglio 2015 da redazione

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ROMA. – La Grecia è ancora una sfida ma allora era in gioco l’esistenza stessa della zona euro e furono poche parole, tre anni fa, a fare muro contro la speculazione che vedeva l’euro oramai in mille pezzi. Pronunciato a Londra, il discorso oramai storico del “whatever it takes” del presidente Bce Mario Draghi, è lo spartiacque fra una banca centrale dall’azione limitata e una in prima linea protagonista, a volte suo malgrado, della crisi europea. Che la Bce avrebbe fatto “tutto quello che occorre per salvare l’euro” (con l’aggiunta di “e credetemi basterà”) si sarebbe poi visto nel concreto nei mesi successivi e anche nelle scorse settimane.

A quelle parole che pure in pochi istanti fecero precipitare gli spread allora alle stelle di Spagna e Italia, fece seguito infatti l’avvio degli strumenti straordinari come l’Omt e l’Ltro per arrivare fino al Quantitive Easing, superando la resistenza interna capeggiate dalla Bundesbank. E i differenziali dei Bonos di Madrid e i Btp italiani che erano sugli 800 e i 500 punti sono ora attorno ai 100 con rendimenti sotto il 2% che gli ultimi scossoni greci hanno fatto salire solo in maniera limitata.

Provvedimenti che i critici definiscono come rischiosi perché scoraggiano i governi ad attuare le riforme e gli aggiustamenti di bilancio necessari potendo contare sull’azione di copertura della Bce. E perché oramai il banchiere italiano è visto come il solo custode supremo dell’euro come dimostrato anche nella recente crisi greca.

Certo in quel discorso di Londra, Draghi parlò di “irreversibilità dell’euro”, un concetto che è stato messo in dubbio, alcuni dicono rotto per sempre, quando il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble ha presentato il piano per far uscire temporaneamente Atene dall’euro. Fra i due nell’eurogruppo di metà luglio anche uno scontro verbale (negato ufficialmente) ma la linea della Bce, pur attaccata da varie parti, nella crisi è sempre stata quella di considerare la Grecia come parte dell’euro.

Una linea che ha poi prevalso e che l’Eurotower ha perseguito alternando misure di pace a quelle dure, in primis tagliando, anzi congelando, la liquidità alle banche e provocando il controllo dei capitali e la chiusura degli istituti senza un accordo Ue-Atene. Ed infatti subito dopo l’accordo all’Eurogruppo e il voto del Parlamento, il banchiere non ha esitato, pur contro l’opposizione interna, a ridare ossigeno alle banche greche ed a permetter il ritiro graduale dei controlli sul capitali aprendo anche, seppure in linea teorica, anche all’altro argomento caro al governo Tsipras: la ristrutturazione del debito.

Se questi continuerà nella marcia delle riforme allora la Bce potrà anche estendere ad Atene il Quantitative easing. Tutte azioni che hanno smontato le ipotesi di chi vedeva una Grexit estiva e che per alcuni è stato un capolavoro di politica da parte di un tecnocrate. Un ruolo che Draghi rifiuta mentre vorrebbe un’azione più corale andando avanti con la piena attuazione dell’Unione Bancaria e creando quella dei Capitali in modo da poter condividere i rischi vista l’assenza di un budget federale dell’eurozona e completare, come scrisse in un editoriale di alcuni mesi fa, quella monetaria attraverso il rafforzamento “dell’Unione Politica definendone diritti e doveri in un rinnovato assetto istituzionale”.

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