Presidente Grasso, il Senato deve mantenere il suo ruolo di garanzia

Pubblicato il 28 luglio 2015 da redazione

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ROMA. – Matteo Renzi non arretra di un millimetro nel suo progetto di taglio delle tasse. Un programma da 50 miliardi in 5 anni che dovrebbe costituire il motore della ripresa: economica e del Pd. L’impressione è che in questa fase, nella testa del premier, l’effetto annuncio sia importante per controbilanciare i difetti di comunicazione dell’azione di governo che egli stesso ha denunciato: per esempio sulla riforma della scuola ma anche sui tagli alla sanità. Non a caso su quest’ultimo tema l’esecutivo parla di ”razionalizzazione della spesa” di concerto con le Regioni.

Il Rottamatore sottolinea che quest’anno il Pil tornerà a crescere dopo tre anni di risultati negativi e che l’intenzione è di portare la tassazione sui profitti al 24 per cento, un punto sotto la Spagna. Circuito virtuoso perché realizzato rispettando i vincoli europei (sia pure sbagliati) e che consentirà al nostro Paese di reclamare a Bruxelles la necessaria flessibilità sui conti per aiutare lo sviluppo.

Il tutto si salderà con le riforme costituzionali sulle quali i cittadini saranno chiamati ad esprimersi con il referendum confermativo nel 2016, in primavera o autunno: l’elemento chiave del dibattito politico, lo definisce Renzi, perché – è il sottinteso – la sua approvazione lo investirà ufficialmente del ruolo di Grande Riformatore. Eppure le cose potrebbero rivelarsi meno facili del previsto. Il partito democratico sul territorio è infatti spezzettato in tanti feudi che non sempre rispondono al potere centrale.

Il caso di Roma ne è la dimostrazione lampante: varando la nuova giunta capitolina, Ignazio Marino ha chiesto a Renzi di essere giudicato su ciò che farà. Un gioco indiretto di specchi che rovescia sul Rottamatore la responsabilità ultima di valutare il lavoro di una giunta targata Orfini più che Marino: il presidente del Pd è quello che si è speso maggiormente per scongiurare il commissariamento del Campidoglio e le elezioni anticipate e il nuovo governo romano schiera infatti assessori a lui vicini. Ne deriva che, almeno per il momento, Renzi sembra aver perso il braccio di ferro con il sindaco-chirurgo, anche perché è difficile ipotizzare una nuova crisi nel bel mezzo del Giubileo. Una battuta d’arresto che si somma a quella subita in Sicilia nei confronti di Crocetta (anche se il fronte resta aperto) e che denuncia tutta la difficoltà di dare omogeneità ad un partito frammentato a livello locale.

La stessa rinuncia del segretario-premier a chiudere la festa dell’Unità di Roma, dove il clima si annunciava pesante, la dice lunga sui trabocchetti che dovrà affrontare Renzi in autunno. La sinistra dem affila infatti le armi per scongiurare la nascita sulle sue ceneri del Partito della Nazione. Roberto Speranza, leader dei bersaniani, ha fatto sapere che la minoranza reputa una ”scorciatoia inaccettabile” l’ingresso in maggioranza dei verdiniani per scavalcare il dibattito interno.

Sulle riforme i dissidenti chiedono di interpellare la base con i referendum e dicono che non si può pretendere la disciplina di partito se Renzi propone cose che non erano nel programma del Pd. In particolare insistono per tornare al Senato elettivo. Ora, la linea dura di Renzi – disponibile a concessioni limitate – deve fare i conti anche con Piero Grasso.

Il presidente del Senato invoca infatti un ”accordo politico alto” sulla riforma costituzionale e non la pura ricerca di voti di sostegno. Il bicameralismo paritario, sostiene, ha fatto il suo tempo, ma il Senato deve mantenere il suo ruolo di garanzia e le riforme devono essere il più possibile condivise. Sortita che ha lasciato l’amaro in bocca a palazzo Chigi perché ne restringe i margini di manovra.

E’ chiaro che il problema numero uno riguarda il ruolo dei ”responsabili” verdiniani. Gli azzurri, con Rotondi, dicono che i fuoriusciti saranno fatalmente destinati ad entrare nelle liste del centrosinistra insieme a Casini, se non nel futuro Partito della Nazione. Fuoco di sbarramento che per la sinistra dem ha un fondo di verità: le smentite renziane non hanno convinto gli oppositori del premier. E comunque il progetto del Rottamatore del Partito della Nazione non persuade i bersaniani, ostili a snaturare la ”ditta”.

Un cammino ad ostacoli che pone per forza di cose il problema dei numeri della maggioranza a palazzo Madama: in settembre sulla riforma costituzionale si giocherà al Senato una partita decisiva nella quale prova ad inserirsi anche Silvio Berlusconi. Il suo ritorno potrebbe scombussolare sia la strategia della sinistra che quella di Verdini.

(di Pierfrancesco Frerè/ANSA)

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