Renzi non teme il fantasma del ritorno anticipato alle urne

Rai: Renzi, su canone vedremo se correggere a Camera

ROMA. – Matteo Renzi ostenta sicurezza nei confronti della minoranza del suo partito: incassata la prima lettura della riforma Rai, si dice certo di avere i numeri al Senato e non preoccupato del ”segnale politico” che i dissidenti gli hanno recapitato mandando sotto il governo sulla fiscalità del servizio pubblico. Il sottinteso del premier è chiaro: non teme il fantasma del ritorno anticipato alle urne, evocato in più occasioni dai suoi e dalla sinistra dem, e non intende farsi mettere sotto pressione in vista di un autunno caldo, quando si tratterà di votare a palazzo Madama le riforme costituzionali.

Ma da Forza Italia, interessata a tornare in gioco proprio su questo fronte, si fa notare che il problema non sono ”i numeri”, ma la mancanza di una maggioranza politica coesa che lo fa somigliare sempre più ai suoi predecessori, Monti e Letta. La minoranza dem infatti tende sempre più a differenziarsi dalla maggioranza, comportandosi quasi come un partito nel partito: non a caso il Rottamatore le rimprovera di portare in aula polemiche che invece dovrebbero restare interne al Pd.

Il segretario-premier tende a presentarsi come l’uomo del ”patto con gli italiani”, un po’ come faceva il Cavaliere ai suoi tempi d’oro: l’interrogativo è se ciò sia compatibile con la filosofia antitetica della ”ditta” cara ai bersaniani. La risposta sembra negativa anche alla luce dello scontro che si sta consumando sulla giustizia. Renzi ha liquidato seccamente il voto che ha salvato l’Ncd Antonio Azzolini spiegando che i senatori non sono i passacarte delle procure e che anche i magistrati devono rispettare le competenze del Parlamento il quale si è evidentemente fatto una convinzione studiando le carte giunte da Trani sul caso della ”Divina Provvidenza”.

La replica del presidente della Giunta delle autorizzazioni Dario Stefano di Sel è stata altrettanto ruvida: un giudizio ”imbarazzante e superficiale” che non rispetta i lavori della Giunta (che aveva votato per l’arresto) e nemmeno l’autonomia parlamentare. Il fatto è che la sinistra dem condivide nella sostanza le parole di Stefano: parlare di libertà di coscienza, dice per esempio Alfredo D’Attorre, è un’ipocrisia perché tutti hanno avuto la sensazione che si volesse salvare il senatore centrista per motivi politici (non stressare i rapporti con gli alfaniani).

Si vedrà come si svilupperanno i rapporti interni con una sinistra che mostra altrettanta fermezza nei confronti del capo del governo, ma l’impressione è che Renzi non possa scartare a priori la via della diplomazia: come ha lasciato intendere anche Sergio Mattarella (che definisce cruciale per la legislatura il varo di riforme attese da vent’anni e sempre naufragate per i veti incrociati), i margini per una trattativa sulle funzioni di garanzia del Senato e sull’elettività di secondo grado dei senatori ci sono. Renzi teme che impelagarsi in questo negoziato possa condurlo nella palude (è anche la lettura di Denis Verdini).

Tuttavia non ha molte alternative perché il soccorso azzurro dell’Ala dell’ex braccio destro di Berlusconi potrebbe non bastare: e comunque sarà limitato alle riforme scritte insieme un anno fa, come avvertono i neo-responsabili. Il ritorno al tavolo negoziale di Forza Italia non cambierebbe le cose: anche gli azzurri chiedono cambiamenti all’elettività del Senato e all’Italicum. Ne deriva che il premier dovrà giocoforza aprire un tavolo di confronto, non essendo credibile la minaccia di elezioni anticipate che in realtà nessuno vuole: si tornerebbe infatti al voto in un momento delicato dell’economia nazionale e con il Consultellum, cioè con il proporzionale puro che non garantisce la governabilità.

Il Rottamatore deve sperare che siano corrette le previsioni dei suoi economisti: finora il Jobs Act non ha aumentato l’occupazione, ma Filippo Taddei spiega che i suoi effetti si vedranno nel secondo semestre dell’uscita dalla crisi (cioè nella seconda metà dell’anno) come avviene in tutti i Paesi avanzati dove il lavoro è l’ultimo a ripartire. Questo sarebbe il vero volano per il governo.

Intanto però Beppe Grillo replica con i fatti: il Pd salva Azzolini, dice, noi apriamo in Sicilia la bretella che consente di aggirare il viadotto crollato sulla Palermo-Catania, finanziato con i soldi derivanti dal taglio dei nostri stipendi.

(di Pierfrancesco Frerè /ANSA)

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