Bologna perde Renato Zangheri, il sindaco della strage

Pubblicato il 07 agosto 2015 da redazione

Festeggiamenti per il settantesimo compleanno del presidente della Camera Nilde Jotti (D), che stringe la mano a Renato Zangheri deputato del PCI, al centro il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, Roma, 10 aprile 1990. ANSA

Festeggiamenti per il settantesimo compleanno del presidente della Camera Nilde Jotti (D), che stringe la mano a Renato Zangheri deputato del PCI, al centro il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, Roma, 10 aprile 1990. ANSA

BOLOGNA. – Tredici anni da sindaco di Bologna, tredici anni che hanno segnato in maniera indelebile Bologna e l’Italia, fra profondissimi cambiamenti sociali ed eventi drammatici come la strage della stazione del due agosto 1980. Renato Zangheri è morto, all’età di novant’anni: Bologna piange una delle personalità che più hanno segnato il dopoguerra, la sinistra italiana uno degli esponenti che, partendo da un Comune, ha provato a disegnare un percorso di governo. Oggi nel giorno della camera ardente in comune e dei funerali – in forma privata – in città sarà lutto cittadino proclamato dall’ultimo dei suoi successori, Virginio Merola, il primo a dare la notizia della morte.

Riminese di nascita, ma bolognese di studi, Renato Zangheri si è laureato all’Alma Mater, poi ne è diventato docente, approfondendo, in maniera particolare, la storia dell’economia dell’Emilia-Romagna. Una storia che, poi, ha contribuito in maniera determinante a scrivere. Fin dal 1956 è stato fra i più stretti collaboratori di Giuseppe Dozza, prima, e Guido Fanti, poi.

Fra gli ambiti di cui si è occupato prima di diventare sindaco, nel 1970, c’è stata in particolare la cultura, un incarico spesso considerato dagli stessi politici di ‘serie B’, ma che Zangheri ha invece usato per l’affermazione sociale ed anche economica della città: è stato, di fatto, il primo assessore alla cultura di una città italiana. I suoi tredici anni da sindaco sono stati segnati, in particolare, dalla strage del 2 agosto.

Zangheri fu il sindaco che seppe tenere unita Bologna all’indomani dell’evento più sanguinoso della storia della Repubblica italiana. Gli anni del suo mandato furono anni di tragedie, di terrorismo, di proteste sociali (fortissimi furono gli scontri con il movimento del ’77), ma anche di sviluppo economico e di velocissime trasformazioni sociali. Fu lui che firmò una convenzione cedendo uno spazio al circolo Arcigay il Cassero (che l’ha ricordato), la prima associazione omosessuale ad avere, in Italia, una interlocuzione con una istituzione pubblica.

Zangheri ha concluso la sua carriera politica in Parlamento, come deputato del Partito comunista, per il quale dal 1986 al 1990 è stato capogruppo alla Camera, succedendo a Giorgio Napolitano, suo coetaneo, con il quale c’è sempre stata una profonda amicizia. Quando l’allora presidente della Repubblica andava in Emilia-Romagna, cercava sempre di ritagliarsi un po’ di tempo per un saluto ed uno scambio d’opinioni con l’ex sindaco di Bologna. E nel giorno della scomparsa, ha ricordato come Zangheri si sia guadagnato un posto d’onore “nella evoluzione della vita pubblica nazionale”.

Una voce, quella dell’ex inquilino del Quirinale, che non è rimasta isolata nel ricordare Zangheri: decine sono stati i messaggi di cordoglio, compresi quelli del presidente Sergio Mattarella che l’ha collocato “tra i protagonisti della storia della Repubblica”; del premier e segretario Pd Matteo Renzi che ha ricordato un “uomo retto e diretto, simbolo di una stagione difficile e di una risposta ferma e civile al terrore”; e dell’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi.

In questi ultimi anni Zangheri si è dedicato in maniera ancora più appassionata ai suoi studi, rimanendo presente (ha aderito al Pds, poi al Pd) ma defilato rispetto alla politica. Sempre attento a cercare di non essere ingombrante per i suoi successori, ma anche pronto, quando richiesto, a dare un consiglio o un aiuto.

Bologna e l’Italia lo ricordano per il suo contributo allo sviluppo economico e sociale di una città da sempre guardata dal paese come un laboratorio. Ma anche per il suo stile d’altri tempi, per la cultura, la preparazione, i toni misurati e rispettosi non solo messi a disposizione, ma interpretati come un prerequisito della politica.

(Di Leonardo Nesti/ANSA)

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